GROTTE E VORAGINI

 

LA GROTTA E L’OVILE DI “TROCCU ‘E BIDIGHINZOS”:

QUASI UN’AVVENTURA.

 

Nell’ormai “remota” primavera del 1970, assieme ad alcuni miei abituali compagni d’escursione(1) ci trovavamo sulla sommità del Monte Tìscali, presso l’omonimo villaggio nuragico, da dove potevamo spaziare  su un’assai vasta regione, costituita dal profondo solco vallivo della gola di Dolovèrre-Sùrtana e da gran parte dei costoni, esposti ad ovest, del Monte Guttùrgios (Monte degli Avvoltoi Grifoni).

Fra le varie falesie, che in lontananza si distinguevano e che interrompevano i fianchi di quella montagna,  una ci aveva particolarmente colpito, sia per la sua ampiezza che per la presenza di giganteschi nicchioni rocciosi che la foravano e che si presentavano semioccultati da una ricca vegetazione: tutto ciò incentivava la nostra curiosità ed il desiderio di visitarla, col fine soprattutto di scoprirvi eventuali grotte.

 

La gola di Dolovèrre dalla sommità del Monte Tìscali

 A sinistra una veduta parziale dei costoni del  Monte Guttùrgios.

 

Una settimana dopo, di buon mattino, ci troviamo quindi a percorrere assieme in auto la rotabile a fondo naturale, che attraversa gran parte delle leccete  della Valle di Lanaìttu.

Superiamo la nota costruzione, adibita a “punto di ristoro”, situata presso l’ingresso della grotta  Sa ‘Oche, giungendo quasi nel fondo della vallata.

La strada carrozzabile s’addentra ora in una zona ove la boscaglia tende ancor più ad assediarla. Incontriamo a destra l’innesto del sentiero che si dirige verso la grotta ‘Eliches ‘Artas e, dopo un po’, ancora a destra, quello d’una mulattiera che costituisce il primo tratto per raggiungere il villaggio nuragico di Tìscali.

Successivamente incrociamo, sempre sullo stesso lato, l’impigliatura d’una carrareccia, proveniente dalla gola di Dolovèrre.

C’immettiamo in questa carraia, piuttosto stretta e sconnessa, che in breve ci conduce in prossimità dell’ imboccatura della gola. Parcheggiamo l’auto in una piazzola, situata vicino al  letto  d’una  piccola  fiumara  in  secca ed iniziamo ora il percorso a piedi, risalendo una mulattiera che s’addentra nel canyon. Prendiamo quindi a sinistra un marcato sentiero, che dalle pendici del Monte Guttùrgios s’inerpica verso est, là ove in  lontananza avevamo  intravisto la  sommità  della  gigantesca  falesia.

 

                          

A sinistra. Il severo ambiente supramontano che circonda l'ovile di  Tròccu ‘e Bidighìnzos.

A destra. La falesia  che ripara l’ovile, semioccultata da una ricca vegetazione.

 

Il  tracciato risale  serpeggiando attraverso la boscaglia. Ad un tratto diviene più marcato, presentandosi nel contempo ricoperto da deiezioni caprine, che ci fanno capire che poco lontano si trova un ovile. Il sentiero ora attenua ed infine azzera la sua pendenza.

Sbuchiamo su un vasto spiazzo, posto ai piedi di un’altissima ed estesa parete calcarea, forata da giganteschi nicchioni, cui fa da contrappunto un imponente spuntone roccioso, che s’erge poco distante. Ci troviamo ormai di fronte alla falesia che cercavamo. Con grande meraviglia ci affacciamo così su un mondo inaspettato e quasi nascosto.

Notiamo subito su un’ampia spianata alcuni recinti, destinati alla raccolta e alla mungitura del  bestiame caprino, costituiti da cortine di rami, rincalzati da bassi muri di pietrame a secco. Gli steccati sono protetti dai soffitti aggettanti dei nicchioni, alle cui pareti risultano quasi addossati. L’organizzazione di questa struttura pastorale è ben studiata e curata.

Internamente ad un recinto, assegnato al raduno e all’allattamento dei capretti, si trovano su un lato due ricoveri (ediles). Si tratta di due minute capanne a sezione triangolare, realizzate con ramaglie e frasche. Nello stesso piazzale sono state realizzate altre due recinzioni, la meno ampia delle quali è assegnata verosimilmente ad accogliere i maschi delle bestie


I recinti ai piedi della falesia

 

In questo primitivo ma efficiente insediamento pastorale tutto rispecchia una razionale gestione, frutto d’esperienza e competenza, esemplare nella sua tecnica costruttiva.

Ma un’altra sorpresa ci attende. Costeggiando la falesia ci muoviamo lungo lo slargo nella direzione donde proviene un insistente abbaiare di cani. Superiamo un dosso ingombro di megaliti. Nel fondo di una breve area aperta, proprio in corrispondenza alla parte terminale della gigantesca parete calcarea, notiamo che sorge una capanna, parzialmente inserita entro un nicchione aggettante che le incombe paurosamente.

La struttura abitativa, a pianta rettangolare, ha muri di pietrame a secco; il tetto si presenta foderato da frasche di olivastro e di ginestra, usate abitualmente in Sardegna come efficiente e collaudata copertura straminea. Sulla soglia sono affacciati due giovani pastori. Uno ha circa trent’anni, l’altro dieci in più. Hanno entrambi calzoni di velluto e sono in maniche di camicia. Bruni, quasi bruciati dal sole. Paiono diffidenti.

Dal nostro gruppo si stacca ziu Peppèddu (zio Giuseppino), la nostra anziana guida. E’ lui, infatti, che sa condurre la parte iniziale delle “presentazioni” con esperienza ed abilità; perciò in simili circostanze è stato delegato dai compagni a tale incombenza. Anch’egli, infatti, sembra un pastore per il suo abbigliamento, la sua coppola, il suo parlare ed il suo gestire misurati; tutto nell’insieme indica la sua estrazione pastorale, seppur attualmente faccia il mugnaio.

Ziu Peppèddu da lontano alza leggermente il braccio col palmo della mano rivolto avanti a sé: un analogo gesto di saluto ricordo d’averlo osservato in un bronzetto nuragico, esposto in un museo sardo.

Con un fulmineo flashback vedo congiungersi il presente al passato entro un contesto ambientale ed umano molto simile a quello in cui vivevano i nostri antenati nuragici: una straordinaria percezione vissuta miracolosamente, quasi come un privilegio.

Un imponente obelisco di roccia fa da contrappunto alla grande falesia.

 

Ora ziu Peppèddu s’avvicina lentamente ai pastori, che paiono sempre guardinghi. Noi stiamo fermi ove ci troviamo. I cani, legati alla catena, vengono zittiti dai padroni.

Inizia il preliminare della presentazione. “Salùde a bois tòttus! (Salute a tutti voi!)”, recita il nostro compagno. Rispondono i pastori: ”Salùde! E chìe sèzzis? (Salute! Chi siete?)”. D’ora in poi si svilupperà il rituale della conoscenza. 

Il capraro più giovane, notando che mi distinguevo dal gruppo per il mio aspetto “nordico”, chiede: “chi ‘este cust’istrànzu? (chi è questo straniero?)”. Di rimando il nostro “ambasciatore” risponde: “pàret istrànzu ma ‘este sardu, nuorèsu: ‘unu ch’istùdiata sa natùra…(sembra straniero ma è un sardo, nuorese: uno che studia la natura…)”.

Accennando un sorriso ironico il pastore replica: “nòis, sènza l’istudiàre, ja la connoschìmus su mattèssi! (noi, senza studiarla, la conosciamo lo stesso!)”.

Perché i due si convincano della mia sardità replico anch’io ironicamente in stretto idioma nuorese: “…e gài bos sèzzis risparmiàos sos sòddos de sos lìbros!…(… e così vi siete risparmiate le spese per i libri!…)”.

Questa fulminea battuta scatena un’ilarità generale. La tensione è cancellata. Ora i nostri interlocutori sembrano più disponibili.

Ci fanno accomodare all’esterno della capanna su un rozzo tavolaccio, poggiato su due pietre squadrate, addossate al muro della capanna. Poco distante, conficcato nel terreno, s’erge il fusto scorticato d’un ginepro (udulu), simile ad un rustico “appendiabiti”, che sostiene coi suoi rami accorciati un campionario di recipienti di metallo e di altri oggetti d’uso pastorale.

Adiacente all’abituro si trova un piccolo ambiente, provvisto d’un ampio accesso, aperto verso la piazzola, adibito a ricovero per un asinello; anche questo vano è inglobato in una cavità della roccia e chiuso da un muro a secco. Sul suo paramento esterno, situato a fianco della soglia, si trova un antico bacile in pietra calcarea, pressoché ricoperto di muschio e sorretto da un basamento, anche questo in calcare, che nel suo insieme si presenta come una piccola e primitiva acquasantiera.

Il manufatto è situato in corrispondenza ad uno stillicidio, che cade dal bordo esterno del soffitto roccioso e si raccoglie entro il catino lapideo: un modo semplice ed efficiente per disporre costantemente dell’acqua, elemento prezioso in queste regioni sitibonde, prive di un’idrografia di superficie, poiché l’acqua scorre generalmente entro le viscere della terra.

Chiediamo loro se rechiamo involontariamente disturbo, ma i nostri ospiti ci rassicurano dicendoci che possono dedicarci parte del loro tempo, giacché le capre rimarranno al pascolo ancora per un bel po’, essendo l’ora della mungitura ancora lontana.


 

Parziale veduta del vasto spiazzo, aperto ai piedi della falesia strapiombante.

 

C’informano che vivono abitualmente in quest’eremo da qualche anno e che l’ovile esisteva già da tempo prima. “Fra una settimana – aggiunge in idioma dorgalese il più giovane ed il più loquace – verranno dei conoscenti a sostituirci per qualche giorno, così potremo finalmente rivedere in paese i nostri familiari e gli amici …”.

Intanto il meno giovane esce dalla capanna con un grande vassoio di sughero, sul quale è riposta una forma di formaggio caprino, mezza forma di ricotta, un bottiglione di vino nero, alcuni bicchieri ed un piccolo cumulo di sfoglie di “pane carasau”, che bagna con l’abbondante stillicidio che cade entro l’”acquasantiera”. Mangiate assieme a noi – dice – e sappiatemi dire su questo vino delle terre di “Oddoène”…”. (2)

Facciamo subito onore a quei cibi genuini. Il bottiglione viene ben presto svuotato: il vino è veramente uno scuro nepente dal profumo e dal gusto indimenticabili!

Esprimiamo quest’entusiasmo ai cortesi ospiti, i quali, lusingati dalle nostre spontanee ed “appassionate” esternazioni, tolgono fuori un’altra bottiglia…ed un’altra ancora. I cuori si scaldano; gli animi si aprono. Comunichiamo  ormai più facilmente.

Discorriamo come vecchi amici, scambiandoci informazioni, racconti di vita, impressioni. Rimango colpito da questa schietta ospitalità.


Quasi commosso (merito forse anche del nettare di Oddoène) estraggo dal mio zaino una moderna torcia elettrica di grande potenza, pressoché nuova, giacché acquistata qualche giorno prima. La porgo in dono ai due pastori come un modesto atto di amicizia. “Prendetela – dico – può esservi utile…”. Sorpresi, in un primo momento si schermiscono, ma a seguito della mia insistenza finiscono con l’accettarla sorridendo.

 

Le recinzioni, destinate al bestiame caprino, si presentano protette da assai ampi nicchioni rocciosi.

 

Il desiderio di comunicare in questi due uomini è grande, forse per il loro protratto e quasi forzato isolamento.

“Che cosa vi ha spinto sin qui? – ci chiede, sempre in stretta parlata dorgalese, il più giovane – non credo, comunque, che siete sulle tracce di bestiame rubato – aggiunge scherzosamente – giacché mi pare che manchiate d’ un’adeguata “attrezzatura” (“doppiette”, n.d.A.)…”.

Risponde “ziu Peppèddu”: “stiamo cercando delle grotte nuove. Quest’amico, che voi avete scambiato  per  uno  straniero, è uno speleologo: uno che le studia  e le fotografa”. A queste parole i due caprai si guardano con silenziosa intesa. Il meno giovane acconsente con un quasi impercettibile movimento del capo; poi si muove verso l’ingresso della capanna, invitandoci a seguirlo.

Entriamo nel ricovero. Vicino a due brande sono appesi due fucili a dei ganci, ricavati da rami (unchinos), uniti con filo di ferro alle travature del tetto.

Sul pavimento in terra battuta, presso la soglia, fa spicco un focolare rettangolare (ochile), costituito da filari di conci riquadrati di pietra calcarea, con intorno alcuni piccoli sgabelli di sughero e di ferula (trullios), la cui parte superiore risulta rivestita con una morbida pelle di capretto. Di lato una minuta cassapanca in legno scuro (unico arredo degno di tale nome) è addossata ad un paramento murario a secco.

Quindi il pastore con aria assorta c’informa con la solita parlata dorgalese: “vi condurrò in una grotta sconosciuta, di cui sappiamo l’esistenza soltanto io e pochissimi altri. Ma chiedo a voi l’impegno che tutto ciò che vedrete non lo riferirete a nessuno! Dovrete giurarlo su quell’immagine…”. Così dicendo stacca da un mensola un’antica e consunta effigie di Sant’Antonio,(3) ponendola sulla piccola cassapanca.

A queste parole restiamo sconcertati ed ammutoliti. Tuttavia ziu Peppèddu con prontezza di riflessi poggia, senza esitare, la mano sul simulacro e pronuncia due sole, ineluttabili parole: “lu jùro! (lo giuro!)”. Ognuno di noi ripete lo stesso rituale con convinzione. L’uomo aggiunge, rivolgendosi a ziu Peppèddu: "il vostro compagno speleologo può studiare la grotta quanto vuole; ma non dovrà essere fatta alcuna fotografia !…”.
Stia tranquillo – lo rassicuro – terremo fede all’impegno”. Il nostro ospite porge infine a ziu Peppèddu la torcia elettrica, che poco prima avevo donato. Prende dal ripiano della piccola cassapanca una lampada a petrolio e l’accende, invitandoci a seguirlo; quindi s’introduce nell’attiguo vano ipogeico, destinato a ricovero per il somarello, spostando un divisorio, fatto di rami, uniti con delle corde, sorretto da due paletti di legno, la cui funzione è quella di mascherare  un  oscuro  ed  umido vano naturale,  aperto  nella  roccia.

 

    
      
   A sinistra. In primo piano l' "acquasantiera"; sullo sfondo l'avangrotta.

A destra. In alto s'apre l'ingresso della  grotta; in basso l'orifizio del “frigorifero".

 

In fondo si trova una corta scala a pioli, costruita con robusti rami di ginepro. L’estremità inferiore della scaletta è fissata entro un basamento in pietrame; l’altra estremità poggia sul bordo d’una stretta e sbilenca apertura semicircolare, aperta superiormente nel calcare.

Più in basso, ubicato di lato, vi è un altro orifizio, simile all’imboccatura d’un forno, che conduce ad una piccolo e disagevole vano, utilizzato come un frigorifero naturale, colmo di bottiglie e di due piccole damigiane, verosimilmente ripiene di vino e di olio. Suppongo che quest’angusto ambiente ipogeico era stato presumibilmente in antico una domus de janas  o un ripostiglio per offerte votive. Vedremo in seguito perché.

Il giovane pastore sale sulla scaletta a pioli e s’inoltra per primo nel pertugio superiore, sorreggendo la lampada.

Emozionati, quasi storditi dalla sorpresa (o forse non solo da quella), trascuriamo di prelevare l’attrezzatura speleologica dai nostri zaini, lasciati all’esterno. Ad uno ad uno lo seguiamo come dei robots, infilandoci nella strettoia, da cui esce una fresca corrente d’aria. Sbuchiamo ben presto in un vasto salone, in gran parte ricoperto dal nerofumo di antiche torce.

Ad una decina di metri di distanza dall’accesso da cui siamo penetrati si trova sul suolo roccioso un piccolo e fondo incavo rettangolare, colmo d’acqua cristallina. A ben osservare attorno al bordo calcareo di questa scaturigine, perennemente alimentata da una vena sotterranea, si notano antichi ed inequivocabili segni dell’intervento dell’uomo, che ha modellato alcuni particolari. Le rocce che lo contornano sono inoltre levigate da un protratto sfregamento di generazioni di persone, che per secoli vi hanno attinto l’elemento necessario alla vita: l’acqua.

Poco lontano, sul suolo saturo d’umidità, sono sparsi alcuni frammenti di terracotta, appartenenti a recipienti di diverso colore ed impasto, che testimoniano l’utilizzo di questa vena sotterranea sin dai tempi più remoti.
Il pastore prosegue il cammino, sempre sollevando la sua lampada. Ora la grotta si fa più ampia.

            

                      

Anche la potente torcia elettrica che tiene in mano un nostro compagno, non è sufficiente ad illuminare compiutamente l’ambiente ipogeico, che s’addentra nelle viscere della montagna. In fila indiana c’inoltriamo attraverso varchi che spesso s’aprono fra straordinarie composizioni concrezionali, vere e proprie sculture surreali, che a volte paiono mostruose creature pietrificate, plasmate da una natura fantasiosa.

E’ un percorso che penetra un mondo oscuro, saturo d’un inquietante e tetro fascino, incredibilmente ornato dall’ininterrotto lavoro della natura, durato secoli e secoli.
Il nostro procedere è costantemente accompagnato dalla presenza di colonne, di stalattiti e stalagmiti dalle configurazioni più bizzarre, che talvolta assumono le sembianze di giganteschi totem di calcare, brillanti d’umidore, così da sembrare creature vive.

Sovente queste formazioni si presentano variamente colorate per il loro contenuto di sali minerali di diversa composizione, solubilizzati e fissati per sempre nelle concrezioni durante il corso del loro assai lento sviluppo.


         

Ci soffermiamo per un po’ in prossimità d’un’ imponente e policroma colata, che pare defluisca come una cascata pietrificata.

In questo luogo estremamente conservativo, che sa d’eternità, i miei compagni ed io ammiriamo, in raccolto silenzio, una profusione di forme e di colori inusitati, vivendo quest’esperienza con commozione ed emozione. Nel nostro intimo cerchiamo di capire il significato di queste orride bellezze (l’aggettivo non è un controsenso), che in un remoto passato hanno sicuramente colpito l’animo e la fantasia di altri uomini, più vulnerabili alle suggestioni di questa natura imprevedibile, i quali hanno rispettato e tramandato pressoché integri ai  posteri  questi veri e propri monumenti naturali.

Il pastore ci conduce “zig-zagando” fra i vari gruppi di colonne e di stalagmiti attraverso una stretta pista ipogeica, il cui sviluppo, in certi tratti, si distingue dal circostante manto concrezionale che ricopre il suolo. Tale traccia è infatti segnata dal nerofumo delle scorie carboniose che cadevano dalle fiaccole, successivamente sparse e calpestate da un protratto passaggio di antichi frequentatori. Questo mezzo d’illuminazione è sicuramente perdurato per diverse centinaia d’anni, sin quasi ai nostri tempi. Lungo il percorso si notano, infatti, avanzi fatiscenti di torce tuttora poggiati su alcune rocce, situate ai margini del sentiero sotterraneo.

Una remota presenza umana è ovunque evidente: in certi punti si osservano, oltre a tali residui, anche alcune stalagmiti con segni di levigazione, che possono indicare che queste concrezioni sono state utilizzate per sostenersi in alcuni passaggi.

Anche il nerofumo, depositatosi in alcune parti del soffitto roccioso, palesa un’intensa frequentazione umana di questa grotta, la quale presenta tutte le caratteristiche, la bellezza ed il mistero d’un tempio naturale.(4)

Ciò, del resto, non deve stupirci. Infatti manifestazioni mistico-religiose entro le grotte furono verosimilmente praticate in Sardegna già dal “neolitico recente – protocalcolitico” (2700–2000 a.C.), perdurando almeno sino al “nuragico medio II” (VIII-VI secolo a.C.), con sicuri attardamenti nelle regioni più interne dell’isola.

Il culto principale dei protosardi era infatti idrologico, improntato cioè alla valenza sacro-lustrale dell’acqua, i cui rituali si svolgevano negli ambienti ipogeici naturali (caverne) ovvero artificiali (“pozzi sacri”).

In entrambi i contesti l’antro rappresentava metaforicamente il ventre della divinità, entro il cui intimo l’uomo penetrava per onorarla e nel contempo attingere l’elemento vivicatore e purificatore, essenziale alla vita: l’acqua, dono divino della Terra, la Gran Madre.

Ma torniamo alla nostra grotta, che come abbiamo detto, ha tutta la valenza d’un sacro ipogeo.
Superiamo un altro gruppo concrezionale “a canne d’organo”, le cui originali e fragili formazioni sono state religiosamente conservate, giungendo sino a noi dal profondo del tempo totalmente intatte.

      


Man mano che c’inoltriamo l’antro diviene sempre più umido, mentre il suolo si presenta ricoperto da una patina concrezionale viscida ed infida

 

 

 

 

Giungiamo in prossimità di quella che a noi sembra la parte terminale della grotta, la cui pavimentazione è invasa da massi in via di disfacimento, arrotondati dalla costante azione fisico-chimica dello stillicidio e da una forte umidità.

 

Sul fondo della parete, che apparentemente conclude la grotta, fa spicco un nicchione, caratterizzato da una profonda fessura, aperta verso il basso, che fa supporre una prosecuzione.

Mentre ci accingiamo ad avvicinarci per meglio esaminare questa fenditura la nostra guida comincia a dare segni d’impazienza, informandoci infine che ormai dovrà tornare indietro per poter svolgere le proprie incombenze di lavoro.

Con una sola fonte luminosa sarebbe da stolti procedere. E’ giocoforza anche per noi rientrare. Seppur a malincuore ci accingiamo, quindi, a fare il percorso sotterraneo a ritroso. Ciò che abbiamo potuto osservare è stato, comunque, notevole.

Viene alfine il momento del nostro congedo. Dopo aver ringraziato e salutato i due ospitali caprai partiamo da quel luogo isolato e sconosciuto, proponendoci d’approfondire in un prossimo futuro l’indagine speleologica della grotta, così abilmente nascosta.

Differiamo tuttavia quel ritorno da una settimana all’altra, da un mese all’altro.

Nel frattempo frequentiamo altre regioni, perlustriamo altri siti ed altre cavità che ci coinvolgono, distraendoci dal tornare all’ovile e alla grotta di Tròccu ‘e Bidighìnzos.

Passa qualche anno. Quasi tutti i compagni si sono nel frattempo accasati ed hanno inevitabilmente cambiato interessi e stili di vita. Il gruppo si è sciolto.

 

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Si giunge così al 1994: ben ventiquattro anni dopo!

Un giorno, spinto dalla curiosità, decido di rivedere, accompagnato da alcuni amici, lo sperduto ovile del Monte Guttùrgios, col fine di far conoscere loro quel sorprendente eremo, assieme ai pastori che l’abitano.

Percorriamo il consueto itinerario in auto, attraversando quasi tutta la vallata di Lanaìttu. Parcheggiamo nella solita piazzola, presso il greto asciutto e sassoso del piccolo torrente, perennemente in secca.

Iniziamo ora il tragitto a piedi, risalendo la mulattiera che s’inserisce sul fondo del canyon di Dolovérre. Durante il percorso mi rendo conto che l’ambiente è cambiato. La boscaglia pare, infatti, più fitta. Il tratto iniziale della mulattiera, che s’inoltra nella gola e che costeggia, taglia e, in certi tratti, ricalca il fondo della fiumara, risulta in gran parte danneggiata dagli agenti atmosferici. A stento ritrovo l’innesto dal quale si stacca  il sentiero che conduce al nascosto insediamento pastorale di Tròccu ‘e Bidighìngios, giacché si presenta  pressoché cancellato e quasi sommerso dalla boscaglia. Solamente una persona pratica, che abbia già conosciuto il sito e nel contempo abbia buona memoria, potrà ormai localizzare quell’antico e remoto ovile; infatti la tenue pista, che conduceva a quell’insediamento pastorale, appare ormai nascosta dalla boscaglia e sconvolta dal devastante grufolare dei cinghiali.


Brutto segno: ciò significa che non è transitato  più alcuno. Ogni piccolo sentiero che attraversa queste regioni, dominio delle rocciaie e delle selve, è infatti come un’esile arteria nella quale deve fluirvi una costante presenza umana; qualora ciò non avvenga qualsiasi pista è inevitabilmente destinata ad essere cancellata dagli elementi naturali: “necrofizzata” dalla solitudine e dall’abbandono.

 

A sinistra. Il sentiero appare  pressoché cancellato dall'abbandono e dalla vegetazione.

A destra. L’archetto naturale che indica la vicinanza della falesia e dell’ovile di Tròccu ‘e Bidighìnzos.

 

Col suo incerto e labile sviluppo (che a tratti scompare) la traccia s’inerpica serpeggiando entro  la boscaglia. Ad un certo  punto la vegetazione si dirada, consentendoci di scorgere lassù un piccolo arco roccioso a me ben noto: è il segnacolo che dà l’O.K. del giusto percorso; che indica cioè che ci troviamo vicini alla meta. In breve raggiungiamo il monumentale obelisco roccioso e l’aggettante falesia, alla cui base è ubicato l’antico e nascosto insediamento pastorale, che assieme ai compagni scoprimmo tanti anni or sono. 

         

              

A sinistra. Le rovine della capanna, sottostanti la falesia.                                               

A destra. Due rustiche trottole, rinvenute presso i suoi ruderi

 

I recinti si presentano ancora quasi integri, seppur tutto l’insieme suggerisce che in questo  luogo non vi è stata più alcuna abituale presenza umana da chissà quanto tempo.

Ci trasferiamo nella parte ove si trovava la capanna. Qui lo stato d’abbandono appare più evidente: il tetto  è sfondato; l’orditura delle travi è sparsa all’interno della piccola costruzione. Manca la pesante porta in quercia, che chiudeva l’abituro, ormai completamente ingombro del tetto stramineo in rovina.

Persino il divisorio di rami, che mascherava l’antigrotta,  è scomparso: pertanto gli oscuri orifizi d’accesso alla cavità ed al “frigorifero” naturale sono  ormai allo scoperto, seppur nella semioscurità dell’antigrotta s’intravedano appena.
Anche i muri della capanna, ma soprattutto quello della piccola stalla che dava ricetto all’asinello, appaiono ormai crollati.. Solo “ l’ acquasantiera” è ancora miracolosamente intatta ed in piedi, ricolma sempre dell’acqua di stillicidio.

In primo piano "l'acquasantiera ",  colma d'acqua di stillicidio,  ripresa dall'antigrotta.

 

Insomma, è proprio uno sfacelo! Del resto ventiquattro anni sono tanti! Che sarà stato degli ospitali caprai che abitavano quest’eremo? Uno dovrebbe avere circa sessant’anni, l’altro circa settanta; forse non se la sentivano più di condurre quell’esistenza durissima, non molto dissimile da quella dei loro progenitori nuragici, votata all’isolamento e al sacrificio della loro giovinezza. Chissà…

Vicino alla capanna, frammiste ai detriti calcarei, rinveniamo, assieme ad una congerie di altri oggetti abbandonati, due rozze trottole in legno di ginepro, costruite artigianalmente da quei pastori, quasi avessero voluto lasciare un loro ricordo.

Poco lontano appaiono sparse per terra bottiglie e buste di plastica, barattoli, bicchieri “usa e getta”, ecc., tutta robaccia di produzione recente, che ci fa capire che in questo luogo straordinario, saturo d’una atmosfera quasi sacrale, si sono soffermate persone totalmente prive di sensibilità e d’educazione, giacché non hanno sentito l’impulso di riportare a casa gli indistruttibili rimasugli, dovuti al loro protratto e devastante stazionamento, che la natura sicuramente non riuscirà mai a “riciclare”.

Accertato l’abbandono dell’ovile da parte dei pastori che l’abitavano, ma soprattutto a seguito di queste evidenti e deludenti constatazioni mi sento liberato dal solenne impegno, che tanti anni prima presi in questo stesso luogo e che tenni così a lungo. Sono venute a mancare, infatti, le ragioni d’un segreto, che è stato ormai violato da sconosciuti.
Pertanto rivelo agli amici la presenza della grotta, indicandone il poco visibile pertugio d’accesso.

           

 

Penetriamo conseguentemente nella fascinosa caverna, entro la quale anticamente tante generazioni per secoli e secoli si sono inoltrate con religioso rispetto, lasciandola pressoché intatta.

Man mano che avanziamo fotografo finalmente ciò che la mia promessa, a suo tempo, mi aveva così a lungo impedito. Durante il tragitto sotterraneo osservo i miei amici, i quali paiono frastornati ed ammutoliti dalla palese magnificenza d’una natura generosa, che qui ha creato irripetibili capolavori, che hanno richiesto diverse migliaia di anni per formarsi, ma che la stoltezza umana può distruggere nel volgere di poco tempo.

Mentre procediamo chiedo ad uno di loro, provetto speleologo: “che ti sembra questo mondo?”. Mi risponde semplicemente  con espressione sorpresa, anzi, sbalordita: “non ho parole…”.

Giungiamo infine in prossimità dei viscidi megaliti, che costellano il suolo. Il nicchione che custodisce un’eventuale prosecuzione della grotta è ormai vicino.

Malauguratamente uno del gruppo incappa in un masso, che al suo peso si muove. Osserviamo l’amico che tenta ripetutamente ed inutilmente di ritrovare l’equilibrio; infine lo vediamo cadere rovinosamente. Tutto si svolge in pochissimi secondi, che non ci consentono d’intervenire tempestivamente. Mentre lo risolleviamo ci rendiamo ben presto conto che oltre a delle ammaccature di poco conto ha, purtroppo, anche una brutta storta. Poteva andare anche peggio; tuttavia quest’imprevisto ci costringe a fermarci, giacché in tali condizioni non è più possibile proseguire; inoltre la via del ritorno richiederà adesso parecchio tempo. E’ proprio una iattura! Con rammarico anche stavolta dobbiamo tornare indietro senza portare a termine compiutamente l’indagine speleologica: come successe, seppur in diverse circostanze, oltre vent’anni prima.

Sulla via del ritorno penso in cuor mio: “arrivederci, misteriosa e bella grotta. Prima o poi riuscirò, sta certa, a conoscerti sin nei tuoi ambulacri più profondi! ”.
Tutto fa pensare, infatti, che la vasta cavità abbia una prosecuzione, che verosimilmente conduce a quote più basse. Si tratterà di trovare l’adatto pertugio.

 

Qui termina la quasi-avventura, vissuta da chi scrive e dai suoi compagni in uno dei santuari naturali fra i più affascinanti e sconosciuti dell’isola, che attende d’essere tutelato dagli organi preposti, sia perché fa parte della nostra memoria storica, sia perché può essere adeguatamente valorizzato per una regolamentata fruizione turistica.

A tale scopo sarebbe opportuno riattare il sentiero che conduce all’ovile e nel contempo sottoporre ad un fedele restauro le sue originarie strutture e quelle delle relative pertinenze. Sarà necessario, inoltre, ampliare l’orifizio d’entrata dell’attigua cavità.(5)

Sono opere che comportano un modesto impegno economico, ma che richiedono una sollecita esecuzione, volta al recupero d’un prezioso, antico ed singolare esempio d’insediamento pastorale supramontano, che può divenire un forte elemento di richiamo, meritevole d’essere inserito, assieme alla sua grotta, in un itinerario di carattere archelogico, etnografico e naturalistico, che lo colleghi ad altri siti vicini ed interessanti, ad esempio al villaggio tardo-nuragico di Tìscali. Una felice e rara opportunità che non deve essere assolutamente sprecata.

Contestualmente sarà indispensabile, tuttavia, organizzare anzitutto una sollecita ed assidua opera di prevenzione e di sorveglianza, che esige la chiusura dell’accesso alla bella caverna con un cancelletto di ferro, al fine di conservare intatte le sue straordinarie concrezioni, che se tolte dal loro contesto ambientale non figurano e non valgono proprio nulla, ma se lasciate ove si sono formate rappresentano un potenziale richiamo per futuri visitatori: un vero e proprio patrimonio, di cui potranno usufruire anche le future generazioni (vedi, ad esempio, la Voragine d’Ispinigòli  presso Dorgali ed altre grotte turistiche della Sardegna).

E se un giorno ciò si dovesse concretizzare avrò la soddisfazione d’aver dato, ancora una volta, un fattivo contributo ad una conoscenza approfondita della mia terra con un’ ultratrentennale opera di suggerimento, di sensibilizzazione e di divulgazione, volte ad illustrare ai “media” luoghi e regioni di notevole valenza naturalistica: la mia Sardegna nascosta.

Molte di queste località, infatti, sono ormai divenute in questi anni (merito soprattutto di chi scrive) punti fermi per un tipo di turismo, definito “intelligente”.

Ritengo obiettivamente, infatti, d’aver schiuso per la prima volta con le mie scoperte, con i miei itinerari, con le mie inedite immagini fotografiche e con le mie pubblicazioni l'esistenza d’eccezionali e sconosciuti siti di grande valenza turistico-culturale, che hanno aperto o potranno aprire, in un prossimo futuro, altre concrete ed incoraggianti prospettive per nuove possibilità occupazionali. Occorre tuttavia essere convinti di queste opportunità: noi lo siamo.

Potranno così realizzarsi nuovi progetti, orientati verso iniziative, direttamente connesse ad un prezioso territorio, che se non impoverito delle sue straordinarie emergenze o consumato, ma ben gestito e valorizzato, può essere fonte d’un proficuo e duraturo lavoro.

L’affascinante sito che ho appena segnalato ed illustrato può rappresentare, dunque, una di queste occasioni, che tuttavia  attende  d’essere opportunamente colta con tempestività, prima che sia svilita, se non addirittura distrutta.

Affinché ciò si realizzi sarà tuttavia necessario, come più sopra accennato, custodire  e   gestire  scrupolosamente  queste  ricchezze  naturali,  assieme  alle   antiche  opere dell’uomo,  poiché ad oggi davvero poco è stato fatto a tale proposito, ma troppo invece è stato dissipato per stolto vandalismo, per cieco opportunismo, per colpevole trascuratezza o ignoranza, soprattutto nelle zone interne dell’isola.


La Sardegna ha molto donato e tanto ancora è in grado d’offrire ai propri figli col suo raro patrimonio ambientale, con le sue antichità, col suo singolare e dovizioso corredo etnografico e culturale: una grande ricchezza che è fonte di promettenti prospettive. Ma dai suoi figli richiede d’essere amata, rispettata e gelosamente protetta: a tutti i livelli!

Chi vuol intendere intenda…


 


 

 

NOTA (1).

Giuseppe Gaddone (noto ziu Peppèddu), Franco Dezzola, Giuseppe Mulas, Mario Carrus:  tutti di   Oliena (NU).

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NOTA  (2).

La fertile vallata di Oddoène, attraversata quasi totalmente dal rio Fluminèddu, s’estende poco distante  dall’abitato di Dorgali (NU). E’ ricca di  pascoli  e di  coltivi, soprattutto di vigne, che producono un ottimo “cannonau”.

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NOTA (3). 

Sant’ Antonio  e   San Francesco  sono   dei  santi  protettori  molto  venerati   nelle   zone  interne  dell’isola.

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NOTA (4). 

In  Sardegna vi  sono  numerosi  esempi di  grotte, utilizzate  dai  protosardi  come  templi: la voragine d’Ispinigòli, presso Dorgali (NU); la grotta Piròsu, presso Santadi (CA); la grotta Su Mannàu, presso Fluminimaggiore (CA); la  grotta Sos Sìrios, presso Calagonone (NU); la grotta Caprìles, nel Supramonte di Orgosolo (NU); la grotta Scala ‘e Crèsia,  presso Morgongiori (OR), ecc.

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 NOTA (5). 

L’Autore mette a disposizione delle Istituzioni preposte (Comune e Provincia) la propria esperienza e consulenza per una fedele ristrutturazione dell’ovile  e delle sue pertinenze.

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AVVERTENZE

 

 ∙ Tutte le foto che illustrano l’interno della grotta sono state riprese dall’Autore nel 1994, successivamente, cioè, all’abbandono dell’ovile da parte dei pastori che l’abitavano.

 ∙ In questo episodio è stata inserita una doviziosa documentazione fotografica, affinché le Istituzioni preposte (soprattutto a livello comunale e provinciale) comprendano l’eccezionalità del sito, meritevole di tutela e di un’adeguata valorizzazione turistica per le sue peculiarità etnografiche e speleologiche e, pertanto, siano portate a considerare la necessità di promuovere appropriate e sollecite iniziative in proposito.

 ∙ La terminologia nel lessico dorgalese su alcuni attrezzi pastorali, usata in questa “Sezione”, è stata ripresa dall’interessante volume “Cuiles” di Leo Fancello (Seconda Edizione – Dorgali 2003), che illustra gli insediamenti pastorali dei Supramontes, assieme alla loro storia, i racconti e le tradizioni: un libro di grande interesse che apre nuovi spiragli alla conoscenza d’uno straordinario ambiente umano, che assieme alla sua singolare, atavica ed irripetibile cultura materiale è avviato, ormai, a scomparire per sempre .

 

 

 

Copyright © by Elio Aste 2004

 Tutti i diritti riservati.

Citandone esplicitamente la fonte l’Autore autorizza  la  ripresa di  qualunque  parte di questa  pubblicazione, purché non venga utilizzata per scopi illeciti o di lucro.

 

 

 

LA GROTTA E L’OVILE DI “TROCCU ‘E BIDIGHINZOS”:

QUASI UN’AVVENTURA

 

Nell’ormai “remota” primavera del 1970, assieme ad alcuni miei abituali compagni d’escursione(1) ci trovavamo sulla sommità del Monte Tìscali, presso l’omonimo villaggio nuragico, da dove potevamo spaziare  su un’assai vasta regione, costituita dal profondo solco vallivo della gola di Dolovèrre-Sùrtana e da gran parte dei costoni, esposti ad ovest, del Monte Guttùrgios (Monte degli Avvoltoi Grifoni).

Fra le varie falesie, che in lontananza si distinguevano e che interrompevano i fianchi di quella montagna,  una ci aveva particolarmente colpito, sia per la sua ampiezza che per la presenza di giganteschi nicchioni rocciosi che la foravano e che si presentavano semioccultati da una ricca vegetazione: tutto ciò incentivava la nostra curiosità ed il desiderio di visitarla, col fine soprattutto di scoprirvi eventuali grotte.

 

La gola di Dolovèrre dalla sommità del Monte Tìscali

 A sinistra una veduta parziale dei costoni del  Monte Guttùrgios.

 

Una settimana dopo, di buon mattino, ci troviamo quindi a percorrere assieme in auto la rotabile a fondo naturale, che attraversa gran parte delle leccete  della Valle di Lanaìttu.

Superiamo la nota costruzione, adibita a “punto di ristoro”, situata presso l’ingresso della grotta  Sa ‘Oche, giungendo quasi nel fondo della vallata.

La strada carrozzabile s’addentra ora in una zona ove la boscaglia tende ancor più ad assediarla. Incontriamo a destra l’innesto del sentiero che si dirige verso la grotta ‘Eliches ‘Artas e, dopo un po’, ancora a destra, quello d’una mulattiera che costituisce il primo tratto per raggiungere il villaggio tardo-nuragico di Tìscali.

Successivamente incrociamo, sempre sullo stesso lato, l’impigliatura d’una carrareccia, proveniente dalla gola di Dolovèrre.

C’immettiamo in questa carraia, piuttosto stretta e sconnessa, che in breve ci conduce in prossimità dell’ imboccatura della gola. Parcheggiamo l’auto in una piazzola, situata vicino al  letto  d’una  piccola  fiumara  in  secca ed iniziamo ora il percorso a piedi, risalendo una mulattiera che s’addentra nel canyon. Prendiamo quindi a sinistra un marcato sentiero, che dalle pendici del Monte Guttùrgios s’inerpica verso est, là ove in  lontananza avevamo  intravisto la  sommità  della  gigantesca  falesia.

 

                          

A sinistra. Il severo ambiente supramontano che circonda l'ovile di  Tròccu ‘e Bidighìnzos.

A destra. La falesia  che ripara l’ovile, semioccultata da una ricca vegetazione.

 

Il  tracciato risale  serpeggiando attraverso la boscaglia. Ad un tratto diviene più marcato, presentandosi nel contempo ricoperto da deiezioni caprine, che ci fanno capire che poco lontano si trova un ovile. Il sentiero ora attenua ed infine azzera la sua pendenza.

Sbuchiamo su un vasto spiazzo, posto ai piedi di un’altissima ed estesa parete calcarea, forata da giganteschi nicchioni, cui fa da contrappunto un imponente spuntone roccioso, che s’erge poco distante. Ci troviamo ormai di fronte alla falesia che cercavamo. Con grande meraviglia ci affacciamo così su un mondo inaspettato e quasi nascosto.

Notiamo subito su un’ampia spianata alcuni recinti, destinati alla raccolta e alla mungitura del  bestiame caprino, costituiti da cortine di rami, rincalzati da bassi muri di pietrame a secco. Gli steccati sono protetti dai soffitti aggettanti dei nicchioni, alle cui pareti risultano quasi addossati. L’organizzazione di questa struttura pastorale è ben studiata e curata.

Internamente ad un recinto, assegnato al raduno e all’allattamento dei capretti, si trovano su un lato due ricoveri (ediles). Si tratta di due minute capanne a sezione triangolare, realizzate con ramaglie e frasche. Nello stesso piazzale sono state realizzate altre due recinzioni, la meno ampia delle quali è assegnata verosimilmente ad accogliere i maschi delle bestie


I recinti ai piedi della falesia

 

In questo primitivo ma efficiente insediamento pastorale tutto rispecchia una razionale gestione, frutto d’esperienza e competenza, esemplare nella sua tecnica costruttiva.

Ma un’altra sorpresa ci attende. Costeggiando la falesia ci muoviamo lungo lo slargo nella direzione donde proviene un insistente abbaiare di cani. Superiamo un dosso ingombro di megaliti. Nel fondo di una breve area aperta, proprio in corrispondenza alla parte terminale della gigantesca parete calcarea, notiamo che sorge una capanna, parzialmente inserita entro un nicchione aggettante che le incombe paurosamente.

La struttura abitativa, a pianta rettangolare, ha muri di pietrame a secco; il tetto si presenta foderato da frasche di olivastro e di ginestra, usate abitualmente in Sardegna come efficiente e collaudata copertura straminea. Sulla soglia sono affacciati due giovani pastori. Uno ha circa trent’anni, l’altro dieci in più. Hanno entrambi calzoni di velluto e sono in maniche di camicia. Bruni, quasi bruciati dal sole. Paiono diffidenti.

Dal nostro gruppo si stacca ziu Peppèddu (zio Giuseppino), la nostra anziana guida. E’ lui, infatti, che sa condurre la parte iniziale delle “presentazioni” con esperienza ed abilità; perciò in simili circostanze è stato delegato dai compagni a tale incombenza. Anch’egli, infatti, sembra un pastore per il suo abbigliamento, la sua coppola, il suo parlare ed il suo gestire misurati; tutto nell’insieme indica la sua estrazione pastorale, seppur attualmente faccia il mugnaio.

Ziu Peppèddu da lontano alza leggermente il braccio col palmo della mano rivolto avanti a sé: un analogo gesto di saluto ricordo d’averlo osservato in un bronzetto nuragico, esposto in un museo sardo.

Con un fulmineo flashback vedo congiungersi il presente al passato entro un contesto ambientale ed umano molto simile a quello in cui vivevano i nostri antenati nuragici: una straordinaria percezione vissuta miracolosamente, quasi come un privilegio.

Un imponente obelisco di roccia fa da contrappunto alla grande falesia.

 

Ora ziu Peppèddu s’avvicina lentamente ai pastori, che paiono sempre guardinghi. Noi stiamo fermi ove ci troviamo. I cani, legati alla catena, vengono zittiti dai padroni.

Inizia il preliminare della presentazione. “Salùde a bois tòttus! (Salute a tutti voi!)”, recita il nostro compagno. Rispondono i pastori: ”Salùde! E chìe sèzzis? (Salute! Chi siete?)”. D’ora in poi si svilupperà il rituale della conoscenza. 

Il capraro più giovane, notando che mi distinguevo dal gruppo per il mio aspetto “nordico”, chiede: “chi ‘este cust’istrànzu? (chi è questo straniero?)”. Di rimando il nostro “ambasciatore” risponde: “pàret istrànzu ma ‘este sardu, nuorèsu: ‘unu ch’istùdiata sa natùra…(sembra straniero ma è un sardo, nuorese: uno che studia la natura…)”.

Accennando un sorriso ironico il pastore replica: “nòis, sènza l’istudiàre, ja la connoschìmus su mattèssi! (noi, senza studiarla, la conosciamo lo stesso!)”.

Perché i due si convincano della mia sardità replico anch’io ironicamente in stretto idioma nuorese: “…e gài bos sèzzis risparmiàos sos sòddos de sos lìbros!…(… e così vi siete risparmiate le spese per i libri!…)”.

Questa fulminea battuta scatena un’ilarità generale. La tensione è cancellata. Ora i nostri interlocutori sembrano più disponibili.

Ci fanno accomodare all’esterno della capanna su un rozzo tavolaccio, poggiato su due pietre squadrate, addossate al muro della capanna. Poco distante, conficcato nel terreno, s’erge il fusto scorticato d’un ginepro (udulu), simile ad un rustico “appendiabiti”, che sostiene coi suoi rami accorciati un campionario di recipienti di metallo e di altri oggetti d’uso pastorale.

Adiacente all’abituro si trova un piccolo ambiente, provvisto d’un ampio accesso, aperto verso la piazzola, adibito a ricovero per un asinello; anche questo vano è inglobato in una cavità della roccia e chiuso da un muro a secco. Sul suo paramento esterno, situato a fianco della soglia, si trova un antico bacile in pietra calcarea, pressoché ricoperto di muschio e sorretto da un basamento, anche questo in calcare, che nel suo insieme si presenta come una piccola e primitiva acquasantiera.

Il manufatto è situato in corrispondenza ad uno stillicidio, che cade dal bordo esterno del soffitto roccioso e si raccoglie entro il catino lapideo: un modo semplice ed efficiente per disporre costantemente dell’acqua, elemento prezioso in queste regioni sitibonde, prive di un’idrografia di superficie, poiché l’acqua scorre generalmente entro le viscere della terra.

Chiediamo loro se rechiamo involontariamente disturbo, ma i nostri ospiti ci rassicurano dicendoci che possono dedicarci parte del loro tempo, giacché le capre rimarranno al pascolo ancora per un bel po’, essendo l’ora della mungitura ancora lontana.


 

Parziale veduta del vasto spiazzo, aperto ai piedi della falesia strapiombante.

 

C’informano che vivono abitualmente in quest’eremo da qualche anno e che l’ovile esisteva già da tempo prima. “Fra una settimana – aggiunge in idioma dorgalese il più giovane ed il più loquace – verranno dei conoscenti a sostituirci per qualche giorno, così potremo finalmente rivedere in paese i nostri familiari e gli amici …”.

Intanto il meno giovane esce dalla capanna con un grande vassoio di sughero, sul quale è riposta una forma di formaggio caprino, mezza forma di ricotta, un bottiglione di vino nero, alcuni bicchieri ed un piccolo cumulo di sfoglie di “pane carasau”, che bagna con l’abbondante stillicidio che cade entro l’”acquasantiera”. Mangiate assieme a noi – dice – e sappiatemi dire su questo vino delle terre di “Oddoène”…”. (2)

Facciamo subito onore a quei cibi genuini. Il bottiglione viene ben presto svuotato: il vino è veramente uno scuro nepente dal profumo e dal gusto indimenticabili!

Esprimiamo quest’entusiasmo ai cortesi ospiti, i quali, lusingati dalle nostre spontanee ed “appassionate” esternazioni, tolgono fuori un’altra bottiglia…ed un’altra ancora. I cuori si scaldano; gli animi si aprono. Comunichiamo  ormai più facilmente.

Discorriamo come vecchi amici, scambiandoci informazioni, racconti di vita, impressioni. Rimango colpito da questa schietta ospitalità.

Quasi commosso (merito forse anche del nettare di Oddoène) estraggo dal mio zaino una moderna torcia elettrica di grande potenza, pressoché nuova, giacché acquistata qualche giorno prima. La porgo in dono ai due pastori come un modesto atto di amicizia. “Prendetela – dico – può esservi utile…”. Sorpresi, in un primo momento si schermiscono, ma a seguito della mia insistenza finiscono con l’accettarla sorridendo.

 

Le recinzioni, destinate al bestiame caprino, si presentano protette da assai ampi nicchioni rocciosi.

 

Il desiderio di comunicare in questi due uomini è grande, forse per il loro protratto e quasi forzato isolamento.

“Che cosa vi ha spinto sin qui? – ci chiede, sempre in stretta parlata dorgalese, il più giovane – non credo, comunque, che siete sulle tracce di bestiame rubato – aggiunge scherzosamente – giacché mi pare che manchiate d’ un’adeguata “attrezzatura” (“doppiette”, n.d.A.)…”.

Risponde ziu Peppèddu: “stiamo cercando delle grotte nuove. Quest’amico, che voi avete scambiato  per  uno  straniero, è uno speleologo: uno che le studia  e le fotografa”. A queste parole i due caprai si guardano con silenziosa intesa. Il meno giovane acconsente con un quasi impercettibile movimento del capo; poi si muove verso l’ingresso della capanna, invitandoci a seguirlo.

Entriamo nel ricovero. Vicino a due brande sono appesi due fucili a dei ganci, ricavati da rami (unchinos), uniti con filo di ferro alle travature del tetto.

Sul pavimento in terra battuta, presso la soglia, fa spicco un focolare rettangolare (ochile), costituito da filari di conci riquadrati di pietra calcarea, con intorno alcuni piccoli sgabelli di sughero e di ferula (trullios), la cui parte superiore risulta rivestita con una morbida pelle di capretto. Di lato una minuta cassapanca in legno scuro (unico arredo degno di tale nome) è addossata ad un paramento murario a secco.

Quindi il pastore con aria assorta c’informa con la solita parlata dorgalese: “vi condurrò in una grotta sconosciuta, di cui sappiamo l’esistenza soltanto io e pochissimi altri. Ma chiedo a voi l’impegno che tutto ciò che vedrete non lo riferirete a nessuno! Dovrete giurarlo su quell’immagine…”. Così dicendo stacca da un mensola un’antica e consunta effigie di Sant’Antonio,(3) ponendola sulla piccola cassapanca.

A queste parole restiamo sconcertati ed ammutoliti. Tuttavia ziu Peppèddu con prontezza di riflessi poggia, senza esitare, la mano sul simulacro e pronuncia due sole, ineluttabili parole: “lu jùro! (lo giuro!)”. Ognuno di noi ripete lo stesso rituale con convinzione.

L’uomo aggiunge, rivolgendosi a ziu Peppèddu: "il vostro compagno speleologo può studiare la grotta quanto vuole; ma non dovrà essere fatta alcuna fotografia !…”.
Stia tranquillo – lo rassicuro – terremo fede all’impegno”.

Il nostro ospite porge infine a ziu Peppèddu la torcia elettrica, che poco prima avevo donato. Prende dal ripiano della piccola cassapanca una lampada a petrolio e l’accende, invitandoci a seguirlo; quindi s’introduce nell’attiguo vano ipogeico, destinato a ricovero per il somarello, spostando un divisorio, fatto di rami, uniti con delle corde, sorretto da due paletti di legno, la cui funzione è quella di mascherare  un  oscuro  ed  umido vano naturale,  aperto  nella  roccia.

 

    
      
   A sinistra. In primo piano l' "acquasantiera"; sullo sfondo l'avangrotta.

A destra. In alto s'apre l'ingresso della  grotta; in basso l'orifizio del “frigorifero".

 

In fondo si trova una corta scala a pioli, costruita con robusti rami di ginepro. L’estremità inferiore della scaletta è fissata entro un basamento in pietrame; l’altra estremità poggia sul bordo d’una stretta e sbilenca apertura semicircolare, aperta superiormente nel calcare.

Più in basso, ubicato di lato, vi è un altro orifizio, simile all’imboccatura d’un forno, che conduce ad una piccolo e disagevole vano, utilizzato come un frigorifero naturale, colmo di bottiglie e di due piccole damigiane, verosimilmente ripiene di vino e di olio. Suppongo che quest’angusto ambiente ipogeico era stato presumibilmente in antico una domus de janas  o un ripostiglio per offerte votive. Vedremo in seguito perché.

Il giovane pastore sale sulla scaletta a pioli e s’inoltra per primo nel pertugio superiore, sorreggendo la lampada.

Emozionati, quasi storditi dalla sorpresa (o forse non solo da quella), trascuriamo di prelevare l’attrezzatura speleologica dai nostri zaini, lasciati all’esterno. Ad uno ad uno lo seguiamo come dei robots, infilandoci nella strettoia, da cui esce una fresca corrente d’aria. Sbuchiamo ben presto in un vasto salone, in gran parte ricoperto dal nerofumo di antiche torce.

Ad una decina di metri di distanza dall’accesso da cui siamo penetrati si trova sul suolo roccioso un piccolo e fondo incavo rettangolare, colmo d’acqua cristallina. A ben osservare attorno al bordo calcareo di questa scaturigine, perennemente alimentata da una vena sotterranea, si notano antichi ed inequivocabili segni dell’intervento dell’uomo, che ha modellato alcuni particolari. Le rocce che lo contornano sono inoltre levigate da un protratto sfregamento di generazioni di persone, che per secoli vi hanno attinto l’elemento necessario alla vita: l’acqua.

Poco lontano, sul suolo saturo d’umidità, sono sparsi alcuni frammenti di terracotta, appartenenti a recipienti di diverso colore ed impasto, che testimoniano l’utilizzo di questa vena sotterranea sin dai tempi più remoti.
Il pastore prosegue il cammino, sempre sollevando la sua lampada. Ora la grotta si fa più ampia.

            

                      

Anche la potente torcia elettrica che tiene in mano un nostro compagno, non è sufficiente ad illuminare compiutamente l’ambiente ipogeico, che s’addentra nelle viscere della montagna. In fila indiana c’inoltriamo attraverso varchi che spesso s’aprono fra straordinarie composizioni concrezionali, vere e proprie sculture surreali, che a volte paiono mostruose creature pietrificate, plasmate da una natura fantasiosa.

E’ un percorso che penetra un mondo oscuro, saturo d’un inquietante e tetro fascino, incredibilmente ornato dall’ininterrotto lavoro della natura, durato secoli e secoli.
Il nostro procedere è costantemente accompagnato dalla presenza di colonne, di stalattiti e stalagmiti dalle configurazioni più bizzarre, che talvolta assumono le sembianze di giganteschi totem di calcare, brillanti d’umidore, così da sembrare creature vive.

Sovente queste formazioni si presentano variamente colorate per il loro contenuto di sali minerali di diversa composizione, solubilizzati e fissati per sempre nelle concrezioni durante il corso del loro assai lento sviluppo.


         

Ci soffermiamo per un po’ in prossimità d’un’ imponente e policroma colata, che pare defluisca come una cascata pietrificata.

In questo luogo estremamente conservativo, che sa d’eternità, i miei compagni ed io ammiriamo, in raccolto silenzio, una profusione di forme e di colori inusitati, vivendo quest’esperienza con commozione ed emozione. Nel nostro intimo cerchiamo di capire il significato di queste orride bellezze (l’aggettivo non è un controsenso), che in un remoto passato hanno sicuramente colpito l’animo e la fantasia di altri uomini, più vulnerabili alle suggestioni di questa natura imprevedibile, i quali hanno rispettato e tramandato pressoché integri ai  posteri  questi veri e propri monumenti naturali.

Il pastore ci conduce “zig-zagando” fra i vari gruppi di colonne e di stalagmiti attraverso una stretta pista ipogeica, il cui sviluppo, in certi tratti, si distingue dal circostante manto concrezionale che ricopre il suolo. Tale traccia è infatti segnata dal nerofumo delle scorie carboniose che cadevano dalle fiaccole, successivamente sparse e calpestate da un protratto passaggio di antichi frequentatori. Questo mezzo d’illuminazione è sicuramente perdurato per diverse centinaia d’anni, sin quasi ai nostri tempi. Lungo il percorso si notano, infatti, avanzi fatiscenti di torce tuttora poggiati su alcune rocce, situate ai margini del sentiero sotterraneo.

Una remota presenza umana è ovunque evidente: in certi punti si osservano, oltre a tali residui, anche alcune stalagmiti con segni di levigazione, che possono indicare che queste concrezioni sono state utilizzate per sostenersi in alcuni passaggi.

Anche il nerofumo, depositatosi in alcune parti del soffitto roccioso, palesa un’intensa frequentazione umana di questa grotta, la quale presenta tutte le caratteristiche, la bellezza ed il mistero d’un tempio naturale.(4)

Ciò, del resto, non deve stupirci. Infatti manifestazioni mistico-religiose entro le grotte furono verosimilmente praticate in Sardegna già dal “neolitico recente – protocalcolitico” (3500–2500 a.C.), perdurando almeno sino al “nuragico medio II” (VIII-VI secolo a.C.), con sicuri attardamenti nelle regioni più interne dell’isola.

Il culto principale dei protosardi era infatti idrologico, improntato cioè alla valenza sacro-lustrale dell’acqua, i cui rituali si svolgevano negli ambienti ipogeici naturali (caverne) ovvero artificiali (“pozzi sacri”).

In entrambi i contesti l’antro rappresentava metaforicamente il ventre della divinità, entro il cui intimo l’uomo penetrava per onorarla e nel contempo attingere l’elemento vivicatore e purificatore, essenziale alla vita: l’acqua, dono divino della Terra, la Gran Madre.

Ma torniamo alla nostra grotta, che come abbiamo detto, ha tutta la valenza d’un sacro ipogeo.
Superiamo un altro gruppo concrezionale “a canne d’organo”, le cui originali e fragili formazioni sono state religiosamente conservate, giungendo sino a noi dal profondo del tempo totalmente intatte.

      


 

 

 

 

 

Man mano che c’inoltriamo l’antro diviene sempre più umido, mentre il suolo si presenta ricoperto da una patina concrezionale viscida ed infida.Giungiamo in prossimità di quella che a noi sembra la parte terminale della grotta, la cui pavimentazione è invasa da massi in via di disfacimento, arrotondati dalla costante azione fisico-chimica dello stillicidio e da una forte umidità.

Sul fondo della parete, che apparentemente conclude la grotta, fa spicco un nicchione, caratterizzato da una profonda fessura, aperta verso il basso, che fa supporre una prosecuzione.

Mentre ci accingiamo ad avvicinarci per meglio esaminare questa fenditura la nostra guida comincia a dare segni d’impazienza, informandoci infine che ormai dovrà tornare indietro per poter svolgere le proprie incombenze di lavoro.

Con una sola fonte luminosa sarebbe da stolti procedere. E’ giocoforza anche per noi rientrare. Seppur a malincuore ci accingiamo, quindi, a fare il percorso sotterraneo a ritroso. Ciò che abbiamo potuto osservare è stato, comunque, notevole.

Viene alfine il momento del nostro congedo. Dopo aver ringraziato e salutato i due ospitali caprai partiamo da quel luogo isolato e sconosciuto, proponendoci d’approfondire in un prossimo futuro l’indagine speleologica della grotta, così abilmente nascosta.

Differiamo tuttavia quel ritorno da una settimana all’altra, da un mese all’altro.

Nel frattempo frequentiamo altre regioni, perlustriamo altri siti ed altre cavità che ci coinvolgono, distraendoci dal tornare all’ovile e alla grotta di Tròccu ‘e Bidighìnzos.

Passa qualche anno. Quasi tutti i compagni si sono nel frattempo accasati ed hanno inevitabilmente cambiato interessi e stili di vita. Il gruppo si è sciolto.

 

………………………………………………………….

 

Si giunge così al 1994: ben ventiquattro anni dopo!

Un giorno, spinto dalla curiosità, decido di rivedere, accompagnato da alcuni amici, lo sperduto ovile del Monte Guttùrgios, col fine di far conoscere loro quel sorprendente eremo, assieme ai pastori che l’abitano.

Percorriamo il consueto itinerario in auto, attraversando quasi tutta la vallata di Lanaìttu. Parcheggiamo nella solita piazzola, presso il greto asciutto e sassoso del piccolo torrente, perennemente in secca.

Iniziamo ora il tragitto a piedi, risalendo la mulattiera che s’inserisce sul fondo del canyon di Dolovérre. Durante il percorso mi rendo conto che l’ambiente è cambiato. La boscaglia pare, infatti, più fitta. Il tratto iniziale della mulattiera, che s’inoltra nella gola e che costeggia, taglia e, in certi tratti, ricalca il fondo della fiumara, risulta in gran parte danneggiata dagli agenti atmosferici.

A stento ritrovo l’innesto dal quale si stacca  il sentiero che conduce al nascosto insediamento pastorale di Tròccu ‘e Bidighìngios, giacché si presenta  pressoché cancellato e quasi sommerso dalla boscaglia. Solamente una persona pratica, che abbia già conosciuto il sito e nel contempo abbia buona memoria, potrà ormai localizzare quell’antico e remoto ovile; infatti la tenue pista, che conduceva a quell’insediamento pastorale, appare ormai nascosta dalla boscaglia e sconvolta dal devastante grufolare dei cinghiali.


Brutto segno: ciò significa che non è transitato  più alcuno. Ogni piccolo sentiero che attraversa queste regioni, dominio delle rocciaie e delle selve, è infatti come un’esile arteria nella quale deve fluirvi una costante presenza umana; qualora ciò non avvenga qualsiasi pista è inevitabilmente destinata ad essere cancellata dagli elementi naturali: “necrofizzata” dalla solitudine e dall’abbandono.

 

A sinistra. Il sentiero appare  pressoché cancellato dall'abbandono e dalla vegetazione.

A destra. L’archetto naturale che indica la vicinanza della falesia e dell’ovile di Tròccu ‘e Bidighìnzos.

 

Col suo incerto e labile sviluppo (che a tratti scompare) la traccia s’inerpica serpeggiando entro  la boscaglia. Ad un certo  punto la vegetazione si dirada, consentendoci di scorgere lassù un piccolo arco roccioso a me ben noto: è il segnacolo che dà l’O.K. del giusto percorso; che indica cioè che ci troviamo vicini alla meta.

In breve raggiungiamo il monumentale obelisco roccioso e l’aggettante falesia, alla cui base è ubicato l’antico e nascosto insediamento pastorale, che assieme ai compagni scoprimmo tanti anni or sono. 

                        

A sinistra. Le rovine della capanna, sottostanti la falesia.                                               

A destra. Due rustiche trottole, rinvenute presso i suoi ruderi

I recinti si presentano ancora quasi integri, seppur tutto l’insieme suggerisce che in questo  luogo non vi è stata più alcuna abituale presenza umana da chissà quanto tempo.

Ci trasferiamo nella parte ove si trovava la capanna. Qui lo stato d’abbandono appare più evidente: il tetto  è sfondato; l’orditura delle travi è sparsa all’interno della piccola costruzione. Manca la pesante porta in quercia, che chiudeva l’abituro, ormai completamente ingombro del tetto stramineo in rovina.

Persino il divisorio di rami, che mascherava l’antigrotta,  è scomparso: pertanto gli oscuri orifizi d’accesso alla cavità ed al “frigorifero” naturale sono  ormai allo scoperto, seppur nella semioscurità dell’antigrotta s’intravedono appena.
Anche i muri della capanna, ma soprattutto quello della piccola stalla che dava ricetto all’asinello, appaiono ormai crollati. Solo “l’acquasantiera” è ancora miracolosamente intatta ed in piedi, ricolma sempre dell’acqua di stillicidio.

In primo piano "l'acquasantiera ",  colma d'acqua di stillicidio,  ripresa dall'antigrotta.

 

Insomma, è proprio uno sfacelo! Del resto ventiquattro anni sono tanti! Che sarà stato degli ospitali caprai che abitavano quest’eremo? Uno dovrebbe avere circa sessant’anni, l’altro circa settanta; forse non se la sentivano più di condurre quell’esistenza durissima, non molto dissimile da quella dei loro progenitori nuragici, votata all’isolamento e al sacrificio della loro giovinezza. Chissà…

Vicino alla capanna, frammiste ai detriti calcarei, rinveniamo, assieme ad una congerie di altri oggetti abbandonati, due rozze trottole in legno di ginepro, costruite artigianalmente da quei pastori, quasi avessero voluto lasciare un loro ricordo.

Poco lontano appaiono sparse per terra bottiglie e buste di plastica, barattoli, bicchieri “usa e getta”, ecc., tutta robaccia di produzione recente, che ci fa capire che in questo luogo straordinario, saturo d’una atmosfera quasi sacrale, si sono soffermate persone totalmente prive di sensibilità e d’educazione, giacché non hanno sentito l’impulso di riportare a casa gli indistruttibili rimasugli, dovuti al loro protratto e devastante stazionamento, che la natura sicuramente non riuscirà mai a “riciclare”.

Accertato l’abbandono dell’ovile da parte dei pastori che l’abitavano, ma soprattutto a seguito di queste evidenti e deludenti constatazioni mi sento liberato dal solenne impegno, che tanti anni prima presi in questo stesso luogo e che tenni così a lungo. Sono venute a mancare, infatti, le ragioni d’un segreto, che è stato ormai violato da sconosciuti.
Pertanto rivelo agli amici la presenza della grotta, indicandone il poco visibile pertugio d’accesso.

           

 

Penetriamo conseguentemente nella fascinosa caverna, entro la quale anticamente tante generazioni per secoli e secoli si sono inoltrate con religioso rispetto, lasciandola pressoché intatta.

Man mano che avanziamo fotografo finalmente ciò che la mia promessa, a suo tempo, mi aveva così a lungo impedito. Durante il tragitto sotterraneo osservo i miei amici, i quali paiono frastornati ed ammutoliti dalla palese magnificenza d’una natura generosa, che qui ha creato irripetibili capolavori, che hanno richiesto diverse migliaia di anni per formarsi, ma che la stoltezza umana può distruggere nel volgere di poco tempo.

Mentre procediamo chiedo ad uno di loro, provetto speleologo: “che ti sembra questo mondo?”. Mi risponde semplicemente  con espressione sorpresa, anzi, sbalordita: “non ho parole…”.

Giungiamo infine in prossimità dei viscidi megaliti, che costellano il suolo. Il nicchione che custodisce un’eventuale prosecuzione della grotta è ormai vicino.

Malauguratamente uno del gruppo incappa in un masso, che al suo peso si muove. Osserviamo l’amico che tenta ripetutamente ed inutilmente di ritrovare l’equilibrio; infine lo vediamo cadere rovinosamente. Tutto si svolge in pochissimi secondi, che non ci consentono d’intervenire tempestivamente.

Mentre lo risolleviamo ci rendiamo ben presto conto che oltre a delle ammaccature di poco conto ha, purtroppo, anche una brutta storta. Poteva andare anche peggio; tuttavia quest’imprevisto ci costringe a fermarci, giacché in tali condizioni non è più possibile proseguire; inoltre la via del ritorno richiederà adesso parecchio tempo.

E’ proprio una iattura! Con rammarico anche stavolta dobbiamo tornare indietro senza portare a termine compiutamente l’indagine speleologica: come successe, seppur in diverse circostanze, oltre vent’anni prima.

Sulla via del ritorno penso in cuor mio: “arrivederci, misteriosa e bella grotta. Prima o poi riuscirò, sta certa, a conoscerti sin nei tuoi ambulacri più profondi! ”. Tutto fa pensare, infatti, che la vasta cavità abbia una prosecuzione, che verosimilmente conduce a quote più basse. Si tratterà di trovare l’adatto pertugio.

Qui termina la quasi-avventura, vissuta da chi scrive e dai suoi compagni in uno dei santuari naturali fra i più affascinanti e sconosciuti dell’isola, che attende d’essere tutelato dagli organi preposti, sia perché fa parte della nostra memoria storica, sia perché può essere adeguatamente valorizzato per una regolamentata fruizione turistica.

A tale scopo sarebbe opportuno riattare il sentiero che conduce all’ovile e nel contempo sottoporre ad un fedele restauro le sue originarie strutture e quelle delle relative pertinenze. Sarà necessario, inoltre, ampliare l’orifizio d’entrata dell’attigua cavità.(5)

Sono opere che comportano un modesto impegno economico, ma che richiedono una sollecita esecuzione, volta al recupero d’un prezioso, antico ed singolare esempio d’insediamento pastorale supramontano, che può divenire un forte elemento di richiamo, meritevole d’essere inserito, assieme alla sua grotta, in un itinerario di carattere archelogico, etnografico e naturalistico, che lo colleghi ad altri siti vicini ed interessanti, ad esempio al villaggio tardo-nuragico di Tìscali. Una felice e rara opportunità che non deve essere assolutamente sprecata.

Contestualmente sarà indispensabile, tuttavia, organizzare una sollecita ed assidua opera di prevenzione e di vigilanza, che esige la chiusura dell’accesso alla bella caverna con un cancelletto di ferro, al fine di conservare intatte le sue straordinarie concrezioni, che se tolte dal loro contesto ambientale non figurano e non valgono proprio nulla, ma se lasciate ove si sono formate rappresentano un potenziale richiamo per futuri visitatori: un vero e proprio patrimonio, di cui potranno usufruire anche le future generazioni (vedi, ad esempio, la Voragine d’Ispinigòli  presso Dorgali ed altre grotte turistiche della Sardegna).

E se un giorno ciò si dovesse concretizzare avrò la soddisfazione d’aver dato, ancora una volta, un fattivo contributo ad una conoscenza approfondita della mia terra con un’ ultratrentennale opera di suggerimento, di sensibilizzazione e di divulgazione, volte ad illustrare ai “media” luoghi e regioni di notevole valenza naturalistica: la mia Sardegna nascosta.

Molte di queste località, infatti, sono ormai divenute in questi anni (merito soprattutto di chi scrive) punti fermi per un tipo di turismo, definito “intelligente”.

Ritengo obiettivamente, infatti, d’aver schiuso per la prima volta con le mie scoperte, con i miei itinerari, con le mie inedite immagini fotografiche e con le mie pubblicazioni l'esistenza d’eccezionali e sconosciuti siti di grande valenza turistico-culturale, che hanno aperto o potranno aprire, in un prossimo futuro, altre concrete ed incoraggianti prospettive per nuove possibilità occupazionali. Occorre tuttavia essere convinti di queste opportunità: noi lo siamo.

Potranno così realizzarsi nuovi progetti, orientati verso iniziative, direttamente connesse ad un prezioso territorio, che se non impoverito delle sue straordinarie emergenze o consumato, ma ben gestito e valorizzato, può essere fonte d’un proficuo e duraturo lavoro.

L’affascinante sito che ho appena segnalato ed illustrato può rappresentare, dunque, una di queste occasioni, che tuttavia  attende  d’essere opportunamente colta con tempestività, prima che sia svilita, se non addirittura distrutta.

Affinché ciò si realizzi sarà tuttavia necessario, come più sopra accennato, custodire  ed   amministrare scrupolosamente  queste  ricchezze  naturali,  assieme  alle   antiche  opere dell’uomo,  poiché ad oggi davvero poco è stato fatto a tale proposito, ma troppo invece è stato dissipato per stolto vandalismo, per cieco opportunismo, per colpevole trascuratezza o ignoranza, soprattutto nelle zone interne dell’isola.

La Sardegna ha molto donato e tanto ancora è in grado d’offrire ai propri figli col suo raro patrimonio ambientale, con le sue antichità, col suo singolare e dovizioso corredo etnografico e culturale: una grande ricchezza che è fonte di promettenti prospettive. Ma dai suoi figli richiede d’essere amata, rispettata e gelosamente protetta: a tutti i livelli!

Chi vuol intendere intenda…

 

 


 

 

NOTA (1).

Giuseppe Gaddone (noto ziu Peppèddu), Franco Dezzola, Giuseppe Mulas, Mario Carrus:  tutti di   Oliena (NU).

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NOTA  (2).

La fertile vallata di Oddoène, attraversata quasi totalmente dal rio Fluminèddu, s’estende poco distante  dall’abitato di Dorgali (NU). E’ ricca di  pascoli  e di  coltivi, soprattutto di vigne, che producono un ottimo “cannonau”.

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NOTA (3). 

Sant’ Antonio  e   San Francesco  sono   dei  santi  protettori  molto  venerati   nelle   zone  interne  dell’isola.

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NOTA (4). 

In  Sardegna vi  sono  numerosi  esempi di  grotte, utilizzate  dai  protosardi  come  templi: la voragine d’Ispinigòli, presso Dorgali (NU); la grotta Piròsu, presso Santadi (CA); la grotta Su Mannàu, presso Fluminimaggiore (CA); la  grotta Sos Sìrios, presso Calagonone (NU); la grotta Caprìles, nel Supramonte di Orgosolo (NU); la grotta Scala ‘e Crèsia,  presso Morgongiori (OR), ecc.

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 NOTA (5). 

L’Autore mette a disposizione delle Istituzioni preposte (Comune e Provincia) la propria esperienza e consulenza per una fedele ristrutturazione dell’ovile  e delle sue pertinenze.

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AVVERTENZE

  Tutte le foto che illustrano l’interno della grotta sono state riprese dall’Autore nel 1994, successivamente, cioè, all’abbandono dell’ovile da parte dei pastori che l’abitavano.

  In questo episodio è stata inserita una doviziosa documentazione fotografica, affinché le Istituzioni preposte (soprattutto a livello comunale e provinciale) comprendano l’eccezionalità del sito, meritevole di tutela e di un’adeguata valorizzazione turistica per le sue peculiarità etnografiche e speleologiche e, pertanto, siano portate a considerare la necessità di promuovere appropriate e sollecite iniziative in proposito.

 ∙ La terminologia nel lessico dorgalese su alcuni attrezzi pastorali, usata in questa “Sezione”, è stata ripresa dall’interessante volume “Cuiles” di Leo Fancello (Seconda Edizione – Dorgali 2003), che illustra gli insediamenti pastorali dei Supramontes, assieme alla loro storia, i racconti e le tradizioni: un libro di grande interesse che apre nuovi spiragli alla conoscenza d’uno straordinario ambiente umano, che assieme alla sua singolare, atavica ed irripetibile cultura materiale è avviato, ormai, a scomparire per sempre .

 

 

 

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In Sottofondo : "Luoghi della mia anima" Autore ed esecutore Elio Aste © 2004