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GROTTE E VORAGINI
LA GROTTA
E L’OVILE DI “TROCCU ‘E BIDIGHINZOS”:
QUASI
UN’AVVENTURA.
Nell’ormai “remota”
primavera del 1970, assieme ad alcuni miei abituali compagni d’escursione(1)
ci
trovavamo sulla sommità del Monte Tìscali, presso l’omonimo villaggio
nuragico, da dove potevamo spaziare su un’assai vasta regione, costituita
dal profondo solco vallivo della gola di Dolovèrre-Sùrtana e da gran
parte dei costoni, esposti ad ovest, del Monte Guttùrgios (Monte
degli Avvoltoi Grifoni).
Fra le
varie falesie, che in lontananza si distinguevano e che interrompevano i
fianchi di quella montagna, una ci aveva particolarmente colpito, sia per
la sua ampiezza che per la presenza di giganteschi nicchioni rocciosi che la
foravano e che si presentavano semioccultati da una ricca vegetazione: tutto
ciò incentivava la nostra curiosità ed il desiderio di visitarla, col fine
soprattutto di scoprirvi eventuali grotte.

La gola di Dolovèrre
dalla sommità del Monte Tìscali.
A sinistra una veduta
parziale dei costoni del Monte Guttùrgios.
Una
settimana dopo, di buon mattino, ci troviamo quindi a percorrere assieme in
auto la rotabile a fondo naturale, che attraversa gran parte delle leccete
della Valle di Lanaìttu.
Superiamo la nota costruzione, adibita a “punto di ristoro”, situata presso
l’ingresso della grotta Sa ‘Oche, giungendo quasi nel fondo della vallata.
La
strada carrozzabile s’addentra ora in una zona ove la boscaglia tende ancor
più ad assediarla.
Incontriamo a destra l’innesto del sentiero che si dirige verso la grotta
‘Eliches ‘Artas e, dopo un po’, ancora a destra, quello d’una mulattiera
che costituisce il primo tratto per raggiungere il villaggio nuragico di
Tìscali.
Successivamente incrociamo, sempre sullo stesso lato, l’impigliatura d’una
carrareccia, proveniente dalla gola di Dolovèrre.
C’immettiamo in questa carraia, piuttosto stretta e sconnessa, che in breve
ci conduce in prossimità dell’ imboccatura della gola. Parcheggiamo l’auto
in una piazzola, situata vicino al letto d’una piccola fiumara in
secca ed iniziamo ora il percorso a piedi, risalendo una
mulattiera che s’addentra
nel canyon.
Prendiamo quindi a sinistra un marcato sentiero, che dalle pendici del
Monte Guttùrgios s’inerpica verso est, là ove in lontananza
avevamo intravisto la sommità della gigantesca
falesia.
A sinistra. Il severo
ambiente supramontano che circonda l'ovile di Tròccu ‘e Bidighìnzos.
A destra. La falesia che
ripara l’ovile, semioccultata da una ricca vegetazione.
Il tracciato risale serpeggiando attraverso la boscaglia. Ad un tratto
diviene più marcato, presentandosi nel contempo ricoperto da deiezioni
caprine, che ci fanno capire che poco lontano si trova un ovile. Il sentiero
ora attenua ed infine azzera la sua pendenza.
Sbuchiamo su un vasto spiazzo, posto ai piedi di un’altissima ed estesa
parete calcarea, forata da giganteschi nicchioni, cui fa da contrappunto un
imponente spuntone roccioso, che s’erge poco distante. Ci troviamo ormai di
fronte alla falesia che cercavamo. Con grande meraviglia ci affacciamo così
su un mondo inaspettato e quasi nascosto.
Notiamo
subito su un’ampia spianata alcuni recinti, destinati alla raccolta e alla
mungitura del bestiame caprino, costituiti da cortine di rami, rincalzati
da bassi muri di pietrame a secco. Gli steccati sono protetti dai soffitti
aggettanti dei nicchioni, alle cui pareti risultano quasi addossati.
L’organizzazione di questa struttura pastorale è ben studiata e curata.
Internamente ad un recinto, assegnato al raduno e all’allattamento dei
capretti, si trovano su un lato due ricoveri (ediles). Si tratta di
due minute capanne a sezione triangolare, realizzate con ramaglie e frasche.
Nello stesso piazzale sono state realizzate altre due recinzioni, la meno
ampia delle quali è assegnata verosimilmente ad accogliere i maschi delle
bestie

I recinti ai piedi della
falesia
In
questo primitivo ma efficiente insediamento pastorale tutto rispecchia una
razionale gestione, frutto d’esperienza e competenza, esemplare nella sua
tecnica costruttiva.
Ma
un’altra sorpresa ci attende. Costeggiando la falesia ci muoviamo lungo lo
slargo nella direzione donde proviene un insistente abbaiare di cani.
Superiamo un dosso ingombro di megaliti. Nel fondo di una breve area aperta,
proprio in corrispondenza alla parte terminale della gigantesca parete
calcarea, notiamo che sorge una capanna, parzialmente inserita entro un
nicchione aggettante che le incombe paurosamente.
La
struttura abitativa, a pianta rettangolare, ha muri di pietrame a secco; il
tetto si presenta foderato da frasche di olivastro e di ginestra, usate
abitualmente in Sardegna come efficiente e collaudata copertura straminea.
Sulla soglia sono affacciati due giovani pastori. Uno ha circa trent’anni,
l’altro dieci in più. Hanno entrambi calzoni di velluto e sono in maniche di
camicia. Bruni, quasi bruciati dal sole. Paiono diffidenti.
Dal
nostro gruppo si stacca ziu Peppèddu (zio Giuseppino), la nostra
anziana guida. E’ lui, infatti, che sa condurre la parte iniziale delle
“presentazioni” con esperienza ed abilità; perciò in simili circostanze è
stato delegato dai compagni a tale incombenza. Anch’egli, infatti, sembra un
pastore per il suo abbigliamento, la sua coppola, il suo parlare ed il suo
gestire misurati; tutto nell’insieme indica la sua estrazione pastorale,
seppur attualmente faccia il mugnaio.
Ziu Peppèddu
da lontano alza leggermente il braccio col palmo della mano rivolto avanti a
sé: un analogo gesto di saluto ricordo d’averlo osservato in un bronzetto
nuragico, esposto in un museo sardo.
Con un fulmineo
flashback vedo congiungersi il presente al passato entro un contesto
ambientale ed umano molto simile a quello in cui vivevano i nostri antenati
nuragici: una straordinaria percezione vissuta miracolosamente, quasi come
un privilegio.

Un imponente obelisco di
roccia fa da contrappunto alla grande falesia.
Ora
ziu Peppèddu s’avvicina lentamente ai pastori, che paiono sempre
guardinghi. Noi stiamo fermi ove ci troviamo. I cani, legati alla catena,
vengono zittiti dai padroni.
Inizia
il preliminare della presentazione. “Salùde a bois tòttus! (Salute a
tutti voi!)”, recita il nostro compagno. Rispondono i pastori: ”Salùde! E
chìe sèzzis? (Salute! Chi siete?)”. D’ora in poi si svilupperà il
rituale della conoscenza.
Il
capraro più giovane, notando che mi distinguevo dal gruppo per il mio
aspetto “nordico”, chiede: “chi ‘este cust’istrànzu? (chi è questo
straniero?)”. Di rimando il nostro “ambasciatore” risponde: “pàret
istrànzu ma ‘este sardu, nuorèsu: ‘unu ch’istùdiata sa natùra…(sembra
straniero ma è un sardo, nuorese: uno che studia la natura…)”.
Accennando un sorriso ironico il pastore replica: “nòis, sènza l’istudiàre,
ja la connoschìmus su mattèssi! (noi, senza studiarla, la conosciamo lo
stesso!)”.
Perché i
due si convincano della mia sardità replico anch’io ironicamente in stretto
idioma nuorese: “…e gài bos sèzzis risparmiàos sos sòddos de sos lìbros!…(…
e così vi siete risparmiate le spese per i libri!…)”.
Questa
fulminea battuta scatena un’ilarità generale. La tensione è cancellata. Ora
i nostri interlocutori sembrano più disponibili.
Ci fanno
accomodare all’esterno della capanna su un rozzo tavolaccio, poggiato su due
pietre squadrate, addossate al muro della capanna. Poco distante, conficcato
nel terreno, s’erge il fusto scorticato d’un ginepro (udulu), simile
ad un rustico “appendiabiti”, che sostiene coi suoi rami accorciati un
campionario di recipienti di metallo e di altri oggetti d’uso pastorale.
Adiacente all’abituro si trova un piccolo ambiente, provvisto d’un ampio
accesso, aperto verso la piazzola, adibito a ricovero per un asinello; anche
questo vano è inglobato in una cavità della roccia e chiuso da un muro a
secco. Sul suo paramento esterno, situato a fianco della soglia, si trova un
antico bacile in pietra calcarea, pressoché ricoperto di muschio e sorretto
da un basamento, anche questo in calcare, che nel suo insieme si presenta
come una piccola e primitiva acquasantiera.
Il
manufatto è situato in corrispondenza ad uno stillicidio, che cade dal bordo
esterno del soffitto roccioso e si raccoglie entro il catino lapideo: un
modo semplice ed efficiente per disporre costantemente dell’acqua, elemento
prezioso in queste regioni sitibonde, prive di un’idrografia di superficie,
poiché l’acqua scorre generalmente entro le viscere della terra.
Chiediamo loro se rechiamo involontariamente disturbo, ma i
nostri ospiti ci rassicurano dicendoci che possono dedicarci parte del loro
tempo, giacché le capre rimarranno al pascolo ancora per un bel po’, essendo
l’ora della mungitura ancora lontana.

Parziale veduta del
vasto spiazzo, aperto ai piedi della falesia strapiombante.
C’informano che vivono abitualmente in quest’eremo
da qualche anno e che l’ovile esisteva già da tempo prima. “Fra una
settimana – aggiunge in idioma dorgalese il più giovane ed il più
loquace – verranno dei conoscenti a sostituirci per qualche giorno, così
potremo finalmente rivedere in paese i nostri familiari e gli amici …”.
Intanto il meno giovane esce dalla capanna con
un grande vassoio di sughero, sul quale è riposta una forma di formaggio
caprino, mezza forma di ricotta, un bottiglione di vino nero, alcuni
bicchieri ed un piccolo cumulo di sfoglie di “pane carasau”, che bagna con
l’abbondante stillicidio che cade entro l’”acquasantiera”.
“Mangiate assieme a noi – dice –
e sappiatemi dire su questo vino delle terre di “Oddoène”…”.
(2)
Facciamo subito onore a quei cibi genuini. Il
bottiglione viene ben presto svuotato: il vino è veramente uno scuro nepente
dal profumo e dal gusto indimenticabili!
Esprimiamo quest’entusiasmo ai cortesi ospiti,
i quali, lusingati dalle nostre spontanee ed “appassionate” esternazioni,
tolgono fuori un’altra bottiglia…ed un’altra ancora. I cuori si scaldano;
gli animi si aprono. Comunichiamo ormai più facilmente.
Discorriamo come vecchi amici, scambiandoci
informazioni, racconti di vita, impressioni. Rimango colpito da questa
schietta ospitalità.
Quasi commosso
(merito forse anche del nettare di Oddoène) estraggo dal mio zaino
una moderna torcia elettrica di grande potenza, pressoché nuova, giacché
acquistata qualche giorno prima. La porgo in dono ai due pastori come un
modesto atto di amicizia. “Prendetela – dico – può esservi
utile…”. Sorpresi, in un primo momento si schermiscono, ma a seguito
della mia insistenza finiscono con l’accettarla sorridendo.

Le recinzioni, destinate
al bestiame caprino, si presentano protette da assai ampi nicchioni
rocciosi.
Il desiderio
di comunicare in questi due uomini è grande, forse per il loro protratto e
quasi forzato isolamento.
“Che cosa vi ha spinto sin qui? – ci chiede,
sempre in stretta parlata dorgalese, il più giovane – non credo, comunque,
che siete sulle tracce di bestiame rubato – aggiunge scherzosamente –
giacché mi pare che manchiate d’ un’adeguata “attrezzatura” (“doppiette”, n.d.A.)…”.
Risponde “ziu Peppèddu”: “stiamo cercando
delle grotte nuove. Quest’amico, che voi avete scambiato per uno
straniero, è uno speleologo: uno che le studia e le fotografa”. A
queste parole i due caprai si guardano con silenziosa intesa. Il meno
giovane
acconsente con un quasi impercettibile movimento del capo; poi si muove
verso l’ingresso della capanna, invitandoci a seguirlo.
Entriamo nel ricovero. Vicino a due brande
sono appesi due fucili a dei ganci, ricavati da rami (unchinos), uniti con
filo di ferro alle travature del tetto.
Sul pavimento in terra battuta, presso la
soglia, fa spicco un focolare rettangolare (ochile), costituito da filari di
conci riquadrati di pietra calcarea, con intorno alcuni piccoli sgabelli di
sughero e di ferula (trullios), la cui parte superiore risulta rivestita con una
morbida pelle di capretto. Di lato una minuta cassapanca in legno scuro
(unico arredo degno di tale nome) è addossata ad un paramento murario a
secco.
Quindi il pastore con aria assorta
c’informa con la solita parlata dorgalese: “vi condurrò in una grotta
sconosciuta, di cui sappiamo l’esistenza soltanto io e pochissimi altri. Ma
chiedo a voi l’impegno che tutto ciò che vedrete non lo riferirete a
nessuno! Dovrete giurarlo su quell’immagine…”. Così dicendo stacca da un
mensola un’antica e consunta effigie di Sant’Antonio,(3)
ponendola sulla piccola cassapanca.
A queste parole restiamo sconcertati ed
ammutoliti. Tuttavia ziu Peppèddu con prontezza di riflessi poggia, senza
esitare, la mano sul simulacro e pronuncia due sole, ineluttabili parole:
“lu jùro! (lo giuro!)”. Ognuno di noi ripete lo stesso rituale con
convinzione. L’uomo aggiunge, rivolgendosi a ziu Peppèddu: "il vostro
compagno speleologo può studiare la grotta quanto vuole; ma non dovrà essere
fatta alcuna fotografia !…”.
“Stia tranquillo – lo rassicuro – terremo fede all’impegno”. Il nostro
ospite porge infine a ziu Peppèddu la torcia elettrica, che poco prima avevo
donato. Prende dal ripiano della piccola cassapanca una lampada a petrolio e
l’accende, invitandoci a seguirlo; quindi s’introduce nell’attiguo vano
ipogeico, destinato a ricovero per il somarello, spostando un divisorio,
fatto di rami, uniti con delle corde, sorretto da due paletti di legno, la
cui funzione è quella di mascherare un oscuro ed umido vano naturale,
aperto nella roccia.

A sinistra. In
primo piano l' "acquasantiera"; sullo sfondo l'avangrotta.
A destra. In alto s'apre
l'ingresso della grotta; in basso l'orifizio del “frigorifero".
In fondo si trova una corta scala a pioli,
costruita con robusti rami di ginepro. L’estremità inferiore della scaletta
è fissata entro un basamento in pietrame; l’altra estremità poggia sul bordo
d’una stretta e sbilenca apertura semicircolare, aperta superiormente nel
calcare.
Più in basso, ubicato di lato, vi è un altro
orifizio, simile all’imboccatura d’un forno, che conduce ad una piccolo e
disagevole vano, utilizzato come un frigorifero naturale, colmo di bottiglie
e di due piccole damigiane, verosimilmente ripiene di vino e di olio.
Suppongo che quest’angusto ambiente ipogeico era stato presumibilmente in
antico una domus de janas o un ripostiglio per offerte votive.
Vedremo in seguito perché.
Il giovane pastore sale sulla scaletta a pioli
e s’inoltra per primo nel pertugio superiore, sorreggendo la lampada.
Emozionati, quasi storditi dalla sorpresa (o
forse non solo da quella), trascuriamo di prelevare l’attrezzatura
speleologica dai nostri zaini, lasciati all’esterno. Ad uno ad uno lo
seguiamo come dei robots, infilandoci nella strettoia, da cui esce
una fresca corrente d’aria. Sbuchiamo ben presto in un vasto salone, in gran
parte ricoperto dal nerofumo di antiche torce.
Ad una decina di metri di distanza
dall’accesso da cui siamo penetrati si trova sul suolo roccioso un piccolo e
fondo incavo rettangolare, colmo d’acqua cristallina. A ben osservare
attorno al bordo calcareo di questa scaturigine, perennemente alimentata da
una vena sotterranea, si notano antichi ed inequivocabili segni
dell’intervento dell’uomo, che ha modellato alcuni particolari. Le rocce che
lo contornano sono inoltre levigate da un protratto sfregamento di
generazioni di persone, che per secoli vi hanno attinto l’elemento
necessario alla vita: l’acqua.
Poco lontano, sul suolo saturo d’umidità, sono
sparsi alcuni frammenti di terracotta, appartenenti a recipienti di diverso
colore ed impasto, che testimoniano l’utilizzo di questa vena sotterranea
sin dai tempi più remoti.
Il pastore prosegue il cammino, sempre sollevando la sua lampada. Ora la
grotta si fa più ampia.

Anche la potente torcia elettrica che tiene in
mano un nostro compagno, non è sufficiente ad illuminare compiutamente
l’ambiente ipogeico, che s’addentra nelle viscere della montagna. In fila
indiana c’inoltriamo attraverso varchi che spesso s’aprono fra straordinarie
composizioni concrezionali, vere e proprie sculture surreali, che a volte
paiono mostruose creature pietrificate, plasmate da una natura fantasiosa.
E’ un percorso che penetra un mondo oscuro,
saturo d’un inquietante e tetro fascino, incredibilmente ornato
dall’ininterrotto lavoro della natura, durato secoli e secoli.
Il nostro procedere è costantemente accompagnato dalla presenza di colonne,
di stalattiti e stalagmiti dalle configurazioni più bizzarre, che talvolta
assumono le sembianze di giganteschi totem di calcare, brillanti
d’umidore, così da sembrare creature vive.
Sovente queste formazioni si presentano
variamente colorate per il loro contenuto di sali minerali di diversa
composizione, solubilizzati e fissati per sempre nelle concrezioni durante
il corso del loro assai lento sviluppo.

Ci soffermiamo per un po’ in prossimità d’un’
imponente e policroma colata, che pare defluisca come una cascata
pietrificata.
In questo luogo estremamente conservativo, che
sa d’eternità, i miei compagni ed io ammiriamo, in raccolto silenzio, una
profusione di forme e di colori inusitati, vivendo quest’esperienza con
commozione ed emozione. Nel nostro intimo cerchiamo di capire il significato
di queste orride bellezze (l’aggettivo non è un controsenso), che in un
remoto passato hanno sicuramente colpito l’animo e la fantasia di altri
uomini, più vulnerabili alle suggestioni di questa natura imprevedibile, i
quali hanno rispettato e tramandato pressoché integri ai posteri questi
veri e propri monumenti naturali.
Il
pastore ci conduce “zig-zagando” fra i vari gruppi di colonne e di
stalagmiti attraverso una stretta pista ipogeica, il cui sviluppo, in certi
tratti, si distingue dal circostante manto concrezionale che ricopre il
suolo. Tale traccia è infatti segnata dal nerofumo delle scorie carboniose
che cadevano dalle fiaccole, successivamente sparse e calpestate da un
protratto passaggio di antichi frequentatori. Questo mezzo d’illuminazione è
sicuramente perdurato per diverse centinaia d’anni, sin quasi ai nostri
tempi. Lungo il percorso si notano, infatti, avanzi fatiscenti di torce
tuttora poggiati su alcune rocce, situate ai margini del sentiero
sotterraneo.
Una remota presenza umana è ovunque evidente:
in certi punti si osservano, oltre a tali residui, anche alcune stalagmiti
con segni di levigazione, che possono indicare che queste concrezioni sono
state utilizzate per sostenersi in alcuni passaggi.
Anche il nerofumo, depositatosi in alcune
parti del soffitto roccioso, palesa un’intensa frequentazione umana di
questa grotta, la quale presenta tutte le caratteristiche, la bellezza ed il
mistero d’un tempio naturale.(4)
Ciò, del resto, non deve stupirci. Infatti
manifestazioni mistico-religiose entro le grotte furono verosimilmente
praticate in Sardegna già dal “neolitico recente – protocalcolitico”
(2700–2000 a.C.), perdurando almeno sino al “nuragico medio II” (VIII-VI
secolo a.C.), con sicuri attardamenti nelle regioni più interne dell’isola.
Il culto principale dei protosardi era infatti
idrologico, improntato cioè alla valenza sacro-lustrale dell’acqua, i cui
rituali si svolgevano negli ambienti ipogeici naturali (caverne) ovvero
artificiali (“pozzi sacri”).
In entrambi i contesti l’antro rappresentava
metaforicamente il ventre della divinità, entro il cui intimo l’uomo
penetrava per onorarla e nel contempo attingere l’elemento vivicatore e
purificatore, essenziale alla vita: l’acqua, dono divino della Terra, la
Gran Madre.
Ma torniamo alla nostra grotta, che come
abbiamo detto, ha tutta la valenza d’un sacro ipogeo.
Superiamo un altro gruppo concrezionale “a canne d’organo”, le cui originali
e fragili formazioni sono state religiosamente conservate, giungendo sino a
noi dal profondo del tempo totalmente intatte.

Man mano che c’inoltriamo l’antro diviene
sempre più umido, mentre il suolo si presenta ricoperto da una patina
concrezionale viscida ed infida
Giungiamo in prossimità di quella che a noi
sembra la parte terminale della grotta, la cui pavimentazione è invasa da
massi in via di disfacimento, arrotondati dalla costante azione
fisico-chimica dello stillicidio e da una forte umidità.

Sul fondo della parete, che apparentemente
conclude la grotta, fa spicco un nicchione, caratterizzato da una profonda
fessura, aperta verso il basso, che fa supporre una prosecuzione.
Mentre ci accingiamo ad avvicinarci per meglio
esaminare questa fenditura la nostra guida comincia a dare segni
d’impazienza, informandoci infine che ormai dovrà tornare indietro per poter
svolgere le proprie incombenze di lavoro.
Con una sola fonte luminosa sarebbe da stolti
procedere. E’ giocoforza anche per noi rientrare. Seppur a malincuore ci
accingiamo, quindi, a fare il percorso sotterraneo a ritroso. Ciò che
abbiamo potuto osservare è stato, comunque, notevole.
Viene alfine il momento del nostro congedo.
Dopo aver ringraziato e salutato i due ospitali caprai partiamo da quel
luogo isolato e sconosciuto, proponendoci d’approfondire in un prossimo
futuro l’indagine speleologica della grotta, così abilmente nascosta.
Differiamo tuttavia quel ritorno da una
settimana all’altra, da un mese all’altro.
Nel frattempo frequentiamo altre regioni,
perlustriamo altri siti ed altre cavità che ci coinvolgono, distraendoci dal
tornare all’ovile e alla grotta di Tròccu ‘e Bidighìnzos.
Passa qualche anno. Quasi tutti i compagni si
sono nel frattempo accasati ed hanno inevitabilmente cambiato interessi e
stili di vita. Il gruppo si è sciolto.
………………………………………………………….
Si giunge così al 1994: ben ventiquattro anni
dopo!
Un giorno, spinto dalla curiosità, decido di
rivedere, accompagnato da alcuni amici, lo sperduto ovile del Monte
Guttùrgios, col fine di far conoscere loro quel sorprendente
eremo, assieme ai pastori che l’abitano.
Percorriamo il consueto itinerario in auto,
attraversando quasi tutta la vallata di Lanaìttu. Parcheggiamo nella
solita piazzola, presso il greto asciutto e sassoso del piccolo torrente,
perennemente in secca.
Iniziamo ora il tragitto a piedi, risalendo la
mulattiera che s’inserisce sul fondo del canyon di Dolovérre. Durante
il percorso mi rendo conto che l’ambiente è cambiato. La boscaglia pare,
infatti, più fitta. Il tratto iniziale della mulattiera, che s’inoltra nella
gola e che costeggia, taglia e, in certi tratti, ricalca il fondo della
fiumara, risulta in gran parte danneggiata dagli agenti atmosferici. A
stento ritrovo l’innesto dal quale si stacca il sentiero che conduce al
nascosto insediamento pastorale di Tròccu ‘e Bidighìngios, giacché si
presenta pressoché cancellato e quasi sommerso dalla boscaglia. Solamente
una persona pratica, che abbia già conosciuto il sito e nel contempo abbia
buona memoria, potrà ormai localizzare quell’antico e remoto ovile; infatti
la tenue pista, che conduceva a quell’insediamento pastorale, appare ormai
nascosta dalla boscaglia e sconvolta dal devastante grufolare dei cinghiali.
Brutto segno: ciò significa che non è transitato più alcuno. Ogni piccolo
sentiero che attraversa queste regioni, dominio delle rocciaie e delle
selve, è infatti come un’esile arteria nella quale deve fluirvi una costante
presenza umana; qualora ciò non avvenga qualsiasi pista è inevitabilmente
destinata ad essere cancellata dagli elementi naturali: “necrofizzata” dalla
solitudine e dall’abbandono.

A sinistra. Il sentiero
appare pressoché cancellato dall'abbandono e dalla vegetazione.
A destra. L’archetto
naturale che indica la vicinanza della falesia e dell’ovile di Tròccu ‘e
Bidighìnzos.
Col suo
incerto e labile sviluppo (che a tratti scompare) la traccia s’inerpica
serpeggiando entro la boscaglia. Ad un certo punto la vegetazione si
dirada, consentendoci di scorgere lassù un piccolo arco roccioso a me ben
noto: è il segnacolo che dà l’O.K. del giusto percorso; che indica cioè che
ci troviamo vicini alla meta. In breve raggiungiamo il monumentale obelisco
roccioso e l’aggettante falesia, alla cui base è ubicato l’antico e nascosto
insediamento pastorale, che assieme ai compagni scoprimmo tanti anni or
sono.

A
sinistra. Le rovine della capanna, sottostanti la falesia.
A destra. Due rustiche trottole, rinvenute presso i suoi ruderi
I
recinti si presentano ancora quasi integri, seppur tutto l’insieme
suggerisce che in questo luogo
non vi è stata più alcuna abituale presenza umana da chissà quanto tempo.
Ci
trasferiamo nella parte ove si trovava la capanna. Qui lo stato d’abbandono
appare più evidente: il tetto è sfondato; l’orditura delle travi è sparsa
all’interno della piccola costruzione. Manca la pesante porta in quercia,
che chiudeva l’abituro, ormai completamente ingombro del tetto stramineo in
rovina.
Persino il divisorio di rami, che mascherava l’antigrotta, è scomparso:
pertanto gli oscuri orifizi d’accesso alla cavità ed al “frigorifero”
naturale sono ormai allo scoperto, seppur nella semioscurità
dell’antigrotta s’intravedano appena.
Anche i muri della capanna, ma soprattutto quello della piccola stalla che
dava ricetto all’asinello, appaiono ormai crollati.. Solo “ l’
acquasantiera” è ancora miracolosamente intatta ed in piedi, ricolma sempre
dell’acqua di stillicidio.

In primo piano
"l'acquasantiera ", colma d'acqua di stillicidio, ripresa dall'antigrotta.
Insomma, è proprio uno sfacelo! Del resto
ventiquattro anni sono tanti! Che sarà stato degli ospitali caprai che
abitavano quest’eremo? Uno dovrebbe avere circa sessant’anni, l’altro circa
settanta; forse non se la sentivano più di condurre quell’esistenza
durissima, non molto dissimile da quella dei loro progenitori nuragici,
votata all’isolamento e al sacrificio della loro giovinezza. Chissà…
Vicino alla capanna, frammiste ai detriti
calcarei, rinveniamo, assieme ad una congerie di altri oggetti abbandonati,
due rozze trottole in legno di ginepro, costruite artigianalmente da quei
pastori, quasi avessero voluto lasciare un loro ricordo.
Poco lontano appaiono sparse per terra
bottiglie e buste di plastica, barattoli, bicchieri “usa e getta”, ecc.,
tutta robaccia di produzione recente, che ci fa capire che in questo luogo
straordinario, saturo d’una atmosfera quasi sacrale, si sono soffermate
persone totalmente prive di sensibilità e d’educazione, giacché non hanno
sentito l’impulso di riportare a casa gli indistruttibili rimasugli, dovuti
al loro protratto e devastante stazionamento, che la natura sicuramente non
riuscirà mai a “riciclare”.
Accertato l’abbandono dell’ovile da parte dei
pastori che l’abitavano, ma soprattutto a seguito di queste evidenti e
deludenti constatazioni mi sento liberato dal solenne impegno, che tanti
anni prima presi in questo stesso luogo e che tenni così a lungo. Sono
venute a mancare, infatti, le ragioni d’un segreto, che è stato ormai
violato da sconosciuti.
Pertanto rivelo agli amici la presenza della grotta, indicandone il poco
visibile pertugio d’accesso.

Penetriamo conseguentemente nella fascinosa
caverna, entro la quale anticamente tante generazioni per secoli e secoli si
sono inoltrate con religioso rispetto, lasciandola pressoché intatta.
Man mano che avanziamo fotografo finalmente
ciò che la mia promessa, a suo tempo, mi aveva così a lungo impedito.
Durante il tragitto sotterraneo osservo i miei amici, i quali paiono
frastornati ed ammutoliti dalla palese magnificenza d’una natura generosa,
che qui ha creato irripetibili capolavori, che hanno richiesto diverse
migliaia di anni per formarsi, ma che la stoltezza umana può distruggere nel
volgere di poco tempo.
Mentre procediamo chiedo ad uno di loro,
provetto speleologo: “che ti sembra questo mondo?”. Mi risponde
semplicemente con espressione sorpresa, anzi, sbalordita: “non ho
parole…”.
Giungiamo infine in prossimità dei viscidi
megaliti, che costellano il suolo. Il nicchione che custodisce un’eventuale
prosecuzione della grotta è ormai vicino.
Malauguratamente uno del gruppo incappa in un
masso, che al suo peso si muove. Osserviamo l’amico che tenta ripetutamente
ed inutilmente di ritrovare l’equilibrio; infine lo vediamo cadere
rovinosamente. Tutto si svolge in pochissimi secondi, che non ci consentono
d’intervenire tempestivamente. Mentre lo risolleviamo ci rendiamo ben presto
conto che oltre a delle ammaccature di poco conto ha, purtroppo, anche una
brutta storta. Poteva andare anche peggio; tuttavia quest’imprevisto ci
costringe a fermarci, giacché in tali condizioni non è più possibile
proseguire; inoltre la via del ritorno richiederà adesso parecchio tempo. E’
proprio una iattura! Con rammarico anche stavolta dobbiamo tornare indietro
senza portare a termine compiutamente l’indagine speleologica: come
successe, seppur in diverse circostanze, oltre vent’anni prima.
Sulla via del ritorno penso in cuor mio: “arrivederci,
misteriosa e bella grotta. Prima o poi riuscirò, sta certa, a conoscerti sin
nei tuoi ambulacri più profondi! ”.
Tutto fa pensare, infatti, che la vasta cavità abbia una prosecuzione, che
verosimilmente conduce a quote più basse. Si tratterà di trovare l’adatto
pertugio.

Qui termina la quasi-avventura, vissuta da chi
scrive e dai suoi compagni in uno dei santuari naturali fra i più
affascinanti e sconosciuti dell’isola, che attende d’essere tutelato dagli
organi preposti, sia perché fa parte della nostra memoria storica, sia
perché può essere adeguatamente valorizzato per una regolamentata fruizione
turistica.
A tale scopo sarebbe opportuno riattare il
sentiero che conduce all’ovile e nel contempo sottoporre ad un fedele
restauro le sue originarie strutture e quelle delle relative pertinenze.
Sarà necessario, inoltre, ampliare l’orifizio d’entrata dell’attigua cavità.(5)
Sono opere che comportano un modesto impegno
economico, ma che richiedono una sollecita esecuzione, volta al recupero
d’un prezioso, antico ed singolare esempio d’insediamento pastorale
supramontano, che può divenire un forte elemento di richiamo, meritevole
d’essere inserito, assieme alla sua grotta, in un itinerario di carattere
archelogico, etnografico e naturalistico, che lo colleghi ad altri siti
vicini ed interessanti, ad esempio al villaggio tardo-nuragico di Tìscali.
Una felice e rara opportunità che non deve essere assolutamente sprecata.
Contestualmente sarà indispensabile,
tuttavia, organizzare anzitutto una sollecita ed assidua opera di
prevenzione e di sorveglianza, che esige la chiusura dell’accesso alla bella
caverna con un cancelletto di ferro, al fine di conservare intatte le sue
straordinarie concrezioni, che se tolte dal loro contesto ambientale non
figurano e non valgono proprio nulla, ma se lasciate ove si sono formate
rappresentano un potenziale richiamo per futuri visitatori: un vero e
proprio patrimonio, di cui potranno usufruire anche le future generazioni
(vedi, ad esempio, la Voragine d’Ispinigòli presso Dorgali ed altre
grotte turistiche della Sardegna).
E se un giorno ciò si
dovesse concretizzare avrò la soddisfazione d’aver dato, ancora una volta,
un fattivo contributo ad una conoscenza approfondita della mia terra con un’
ultratrentennale opera di suggerimento, di sensibilizzazione e di
divulgazione, volte ad illustrare ai “media” luoghi e regioni di notevole
valenza naturalistica: la mia Sardegna nascosta.

Molte di queste località, infatti, sono ormai
divenute in questi anni (merito soprattutto di chi scrive) punti fermi per
un tipo di turismo, definito “intelligente”.
Ritengo obiettivamente, infatti, d’aver
schiuso per la prima volta con le mie scoperte, con i miei itinerari, con le
mie inedite immagini fotografiche e con le mie pubblicazioni l'esistenza d’eccezionali e sconosciuti siti
di grande valenza turistico-culturale, che hanno aperto o potranno aprire,
in un prossimo futuro, altre concrete ed incoraggianti prospettive per nuove
possibilità occupazionali. Occorre tuttavia essere convinti di queste
opportunità: noi lo siamo.
Potranno così realizzarsi nuovi progetti,
orientati verso iniziative, direttamente connesse ad un prezioso territorio,
che se non impoverito delle sue straordinarie emergenze o consumato, ma ben
gestito e valorizzato, può essere fonte d’un proficuo e duraturo lavoro.
L’affascinante sito che ho appena segnalato ed
illustrato può rappresentare, dunque, una di queste occasioni, che tuttavia
attende d’essere opportunamente colta con tempestività, prima che sia
svilita, se non addirittura distrutta.
Affinché ciò si realizzi sarà tuttavia necessario, come più sopra accennato,
custodire e gestire scrupolosamente queste ricchezze
naturali, assieme alle antiche opere dell’uomo, poiché ad oggi davvero
poco è stato fatto a tale proposito, ma troppo invece è stato dissipato per
stolto vandalismo, per cieco opportunismo, per colpevole trascuratezza o
ignoranza, soprattutto nelle zone interne dell’isola.

La Sardegna ha molto donato e tanto ancora è
in grado d’offrire ai propri figli col suo raro patrimonio ambientale, con
le sue antichità, col suo singolare e dovizioso corredo etnografico e
culturale: una grande ricchezza che è fonte di promettenti prospettive. Ma
dai suoi figli richiede d’essere amata, rispettata e gelosamente protetta: a
tutti i livelli!
Chi
vuol intendere intenda…
NOTA (1).
Giuseppe Gaddone (noto ziu Peppèddu),
Franco Dezzola, Giuseppe Mulas, Mario Carrus: tutti di Oliena (NU).
torna
al testo
NOTA (2).
La fertile vallata di Oddoène,
attraversata quasi totalmente dal rio Fluminèddu, s’estende poco distante
dall’abitato di Dorgali (NU). E’ ricca di pascoli e di coltivi,
soprattutto di vigne, che producono un
ottimo “cannonau”.
torna
al testo
NOTA (3).
Sant’ Antonio e San Francesco
sono dei santi protettori molto venerati nelle zone
interne dell’isola.
torna al testo
NOTA (4).
In Sardegna vi sono numerosi
esempi di grotte, utilizzate dai protosardi come templi: la voragine d’Ispinigòli, presso Dorgali (NU);
la grotta Piròsu, presso Santadi (CA); la grotta Su Mannàu, presso Fluminimaggiore
(CA); la grotta Sos Sìrios, presso Calagonone (NU); la grotta Caprìles, nel
Supramonte di Orgosolo (NU); la grotta Scala ‘e Crèsia, presso Morgongiori (OR), ecc.
torna al testo
NOTA (5).
L’Autore
mette a disposizione delle Istituzioni preposte (Comune e Provincia) la
propria esperienza e consulenza per una fedele
ristrutturazione dell’ovile e delle sue pertinenze.
torna al testo
AVVERTENZE
∙ Tutte
le foto che illustrano l’interno della grotta sono state riprese dall’Autore
nel 1994, successivamente, cioè, all’abbandono dell’ovile da parte dei
pastori che l’abitavano.
∙
In
questo episodio è stata inserita una doviziosa documentazione fotografica,
affinché le Istituzioni preposte (soprattutto a livello comunale e
provinciale) comprendano l’eccezionalità del sito, meritevole di tutela e di
un’adeguata valorizzazione turistica per le sue peculiarità etnografiche e
speleologiche e, pertanto, siano portate a considerare la necessità di
promuovere appropriate e sollecite iniziative in proposito.
∙
La
terminologia nel lessico dorgalese su alcuni attrezzi pastorali, usata in
questa “Sezione”, è stata ripresa dall’interessante volume “Cuiles” di Leo
Fancello (Seconda Edizione – Dorgali 2003), che illustra gli insediamenti
pastorali dei Supramontes, assieme alla loro storia, i racconti e le
tradizioni: un libro di grande interesse che apre nuovi spiragli alla
conoscenza d’uno straordinario ambiente umano, che assieme alla sua
singolare, atavica ed irripetibile cultura materiale è avviato, ormai, a
scomparire per sempre .
Copyright
©
by Elio
Aste 2004
Tutti i diritti
riservati.
Citandone esplicitamente
la fonte l’Autore autorizza la ripresa di qualunque parte
di questa pubblicazione, purché non venga utilizzata per scopi
illeciti o di lucro.
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LA
GROTTA E L’OVILE DI “TROCCU ‘E BIDIGHINZOS”:
QUASI
UN’AVVENTURA
Nell’ormai “remota”
primavera del 1970, assieme ad alcuni miei abituali compagni
d’escursione(1)
ci trovavamo sulla sommità del Monte Tìscali,
presso l’omonimo villaggio nuragico, da dove potevamo spaziare su
un’assai vasta regione, costituita dal profondo solco vallivo della
gola di Dolovèrre-Sùrtana e da gran parte dei costoni, esposti ad
ovest, del Monte Guttùrgios (Monte degli Avvoltoi Grifoni).
Fra
le varie falesie, che in lontananza si distinguevano e che
interrompevano i fianchi di quella montagna, una ci aveva
particolarmente colpito, sia per la sua ampiezza che per la presenza di
giganteschi nicchioni rocciosi che la foravano e che si presentavano
semioccultati da una ricca vegetazione: tutto ciò incentivava la nostra
curiosità ed il desiderio di visitarla, col fine soprattutto di
scoprirvi eventuali grotte.

La gola di
Dolovèrre dalla sommità del Monte Tìscali.
A sinistra una
veduta parziale dei costoni del Monte Guttùrgios.
Una
settimana dopo, di buon mattino, ci troviamo quindi a percorrere assieme
in auto la rotabile a fondo naturale, che attraversa gran parte delle
leccete della Valle di Lanaìttu.
Superiamo la nota costruzione, adibita a “punto di ristoro”, situata
presso l’ingresso della grotta Sa ‘Oche, giungendo quasi
nel fondo della vallata.
La strada carrozzabile s’addentra ora in una zona ove la boscaglia tende
ancor più ad assediarla.
Incontriamo a destra l’innesto del sentiero che si dirige verso la
grotta ‘Eliches ‘Artas e, dopo un po’, ancora a destra, quello d’una
mulattiera che costituisce il primo tratto per raggiungere il
villaggio tardo-nuragico di Tìscali.
Successivamente incrociamo, sempre sullo stesso lato, l’impigliatura
d’una carrareccia, proveniente dalla gola di Dolovèrre.
C’immettiamo in questa carraia, piuttosto stretta e sconnessa, che in
breve ci conduce in prossimità dell’ imboccatura della gola.
Parcheggiamo l’auto in una piazzola, situata vicino al letto
d’una piccola fiumara in secca ed iniziamo ora
il percorso a piedi, risalendo una
mulattiera che
s’addentra nel canyon. Prendiamo quindi a sinistra un marcato sentiero,
che dalle pendici del Monte Guttùrgios s’inerpica verso est,
là ove in lontananza avevamo intravisto la sommità
della gigantesca
falesia.
A sinistra. Il
severo ambiente supramontano che circonda l'ovile di Tròccu ‘e
Bidighìnzos.
A destra. La falesia
che ripara l’ovile, semioccultata da una ricca vegetazione.
Il tracciato risale serpeggiando attraverso la boscaglia. Ad
un tratto diviene più marcato, presentandosi nel contempo ricoperto da
deiezioni caprine, che ci fanno capire che poco lontano si trova un
ovile. Il sentiero ora attenua ed infine azzera la sua pendenza.
Sbuchiamo su un vasto spiazzo, posto ai piedi di un’altissima ed estesa
parete calcarea, forata da giganteschi nicchioni, cui fa da contrappunto
un imponente spuntone roccioso, che s’erge poco distante. Ci troviamo
ormai di fronte alla falesia che cercavamo. Con grande meraviglia ci
affacciamo così su un mondo inaspettato e quasi nascosto.
Notiamo subito su un’ampia spianata alcuni recinti, destinati alla
raccolta e alla mungitura del bestiame caprino, costituiti da
cortine di rami, rincalzati da bassi muri di pietrame a secco. Gli
steccati sono protetti dai soffitti aggettanti dei nicchioni, alle cui
pareti risultano quasi addossati. L’organizzazione di questa struttura
pastorale è ben studiata e curata.
Internamente ad un recinto, assegnato al raduno e all’allattamento dei
capretti, si trovano su un lato due ricoveri (ediles). Si tratta
di due minute capanne a sezione triangolare, realizzate con ramaglie e
frasche. Nello stesso piazzale sono state realizzate altre due
recinzioni, la meno ampia delle quali è assegnata verosimilmente ad
accogliere i maschi delle bestie

I
recinti ai piedi della falesia
In
questo primitivo ma efficiente insediamento pastorale tutto rispecchia
una razionale gestione, frutto d’esperienza e competenza, esemplare
nella sua tecnica costruttiva.
Ma
un’altra sorpresa ci attende. Costeggiando la falesia ci muoviamo lungo
lo slargo nella direzione donde proviene un insistente abbaiare di cani.
Superiamo un dosso ingombro di megaliti. Nel fondo di una breve area
aperta, proprio in corrispondenza alla parte terminale della gigantesca
parete calcarea, notiamo che sorge una capanna, parzialmente inserita
entro un nicchione aggettante che le incombe paurosamente.
La
struttura abitativa, a pianta rettangolare, ha muri di pietrame a secco;
il tetto si presenta foderato da frasche di olivastro e di ginestra,
usate abitualmente in Sardegna come efficiente e collaudata copertura
straminea. Sulla soglia sono affacciati due giovani pastori. Uno ha
circa trent’anni, l’altro dieci in più. Hanno entrambi calzoni di
velluto e sono in maniche di camicia. Bruni, quasi bruciati dal sole.
Paiono diffidenti.
Dal
nostro gruppo si stacca ziu Peppèddu (zio Giuseppino), la nostra
anziana guida. E’ lui, infatti, che sa condurre la parte iniziale delle
“presentazioni” con esperienza ed abilità; perciò in simili circostanze
è stato delegato dai compagni a tale incombenza. Anch’egli, infatti,
sembra un pastore per il suo abbigliamento, la sua coppola, il suo
parlare ed il suo gestire misurati; tutto nell’insieme indica la sua
estrazione pastorale, seppur attualmente faccia il mugnaio.
Ziu Peppèddu
da lontano alza leggermente il braccio col palmo della mano rivolto
avanti a sé: un analogo gesto di saluto ricordo d’averlo osservato in un
bronzetto nuragico, esposto in un museo sardo.
Con un fulmineo flashback vedo congiungersi il presente al
passato entro un contesto ambientale ed umano molto simile a quello in
cui vivevano i nostri antenati nuragici: una straordinaria percezione
vissuta miracolosamente, quasi come un privilegio.

Un imponente obelisco di roccia fa da contrappunto alla grande falesia.
Ora
ziu Peppèddu s’avvicina lentamente ai pastori, che paiono sempre
guardinghi. Noi stiamo fermi ove ci troviamo. I cani, legati alla
catena, vengono zittiti dai padroni.
Inizia il preliminare della presentazione. “Salùde a bois tòttus!
(Salute a tutti voi!)”, recita il nostro compagno. Rispondono i pastori:
”Salùde! E chìe sèzzis? (Salute! Chi siete?)”. D’ora in poi si
svilupperà il rituale della conoscenza.
Il
capraro più giovane, notando che mi distinguevo dal gruppo per il mio
aspetto “nordico”, chiede: “chi ‘este cust’istrànzu? (chi è
questo straniero?)”. Di rimando il nostro “ambasciatore” risponde: “pàret
istrànzu ma ‘este sardu, nuorèsu: ‘unu ch’istùdiata sa natùra…(sembra
straniero ma è un sardo, nuorese: uno che studia la natura…)”.
Accennando un sorriso ironico il pastore replica: “nòis, sènza
l’istudiàre, ja la connoschìmus su mattèssi! (noi, senza studiarla,
la conosciamo lo stesso!)”.
Perché i due si convincano della mia sardità replico anch’io
ironicamente in stretto idioma nuorese: “…e gài bos sèzzis
risparmiàos sos sòddos de sos lìbros!…(… e così vi siete risparmiate
le spese per i libri!…)”.
Questa fulminea battuta scatena un’ilarità generale. La tensione è
cancellata. Ora i nostri interlocutori sembrano più disponibili.
Ci
fanno accomodare all’esterno della capanna su un rozzo tavolaccio,
poggiato su due pietre squadrate, addossate al muro della capanna. Poco
distante, conficcato nel terreno, s’erge il fusto scorticato d’un
ginepro (udulu), simile ad un rustico “appendiabiti”, che
sostiene coi suoi rami accorciati un campionario di recipienti di
metallo e di altri oggetti d’uso pastorale.
Adiacente all’abituro si trova un piccolo ambiente, provvisto d’un ampio
accesso, aperto verso la piazzola, adibito a ricovero per un asinello;
anche questo vano è inglobato in una cavità della roccia e chiuso da un
muro a secco. Sul suo paramento esterno, situato a fianco della soglia,
si trova un antico bacile in pietra calcarea, pressoché ricoperto di
muschio e sorretto da un basamento, anche questo in calcare, che nel suo
insieme si presenta come una piccola e primitiva acquasantiera.
Il
manufatto è situato in corrispondenza ad uno stillicidio, che cade dal
bordo esterno del soffitto roccioso e si raccoglie entro il catino
lapideo: un modo semplice ed efficiente per disporre costantemente
dell’acqua, elemento prezioso in queste regioni sitibonde, prive di
un’idrografia di superficie, poiché l’acqua scorre generalmente entro le
viscere della terra.
Chiediamo loro se rechiamo involontariamente disturbo, ma
i nostri ospiti ci rassicurano dicendoci che possono dedicarci parte del
loro tempo, giacché le capre rimarranno al pascolo ancora per un bel
po’, essendo l’ora della mungitura ancora lontana.

Parziale veduta del
vasto spiazzo, aperto ai piedi della falesia strapiombante.
C’informano che vivono abitualmente in
quest’eremo da qualche anno e che l’ovile esisteva già da tempo prima. “Fra
una settimana – aggiunge in idioma dorgalese il più giovane ed il
più loquace – verranno dei conoscenti a sostituirci per qualche
giorno, così potremo finalmente rivedere in paese i nostri familiari e
gli amici …”.
Intanto il meno giovane esce dalla capanna
con un grande vassoio di sughero, sul quale è riposta una forma di
formaggio caprino, mezza forma di ricotta, un bottiglione di vino nero,
alcuni bicchieri ed un piccolo cumulo di sfoglie di “pane carasau”, che
bagna con l’abbondante stillicidio che cade entro l’”acquasantiera”.
“Mangiate assieme a noi
– dice – e sappiatemi dire su questo vino delle terre di “Oddoène”…”.
(2)
Facciamo subito onore a quei cibi genuini.
Il bottiglione viene ben presto svuotato: il vino è veramente uno scuro
nepente dal profumo e dal gusto indimenticabili!
Esprimiamo quest’entusiasmo ai cortesi
ospiti, i quali, lusingati dalle nostre spontanee ed “appassionate”
esternazioni, tolgono fuori un’altra bottiglia…ed un’altra ancora. I
cuori si scaldano; gli animi si aprono. Comunichiamo ormai più
facilmente.
Discorriamo come vecchi amici,
scambiandoci informazioni, racconti di vita, impressioni. Rimango
colpito da questa schietta ospitalità.
Quasi commosso
(merito forse anche del nettare di Oddoène) estraggo dal mio
zaino una moderna torcia elettrica di grande potenza, pressoché nuova,
giacché acquistata qualche giorno prima. La porgo in dono ai due pastori
come un modesto atto di amicizia. “Prendetela – dico – può
esservi utile…”. Sorpresi, in un primo momento si schermiscono, ma a
seguito della mia insistenza finiscono con l’accettarla sorridendo.

Le recinzioni,
destinate al bestiame caprino, si presentano protette da assai ampi
nicchioni rocciosi.
Il
desiderio di comunicare in questi due uomini è grande, forse per il loro
protratto e quasi forzato isolamento.
“Che
cosa vi ha spinto sin qui? – ci chiede, sempre in stretta parlata
dorgalese, il più giovane – non credo, comunque, che siete sulle
tracce di bestiame rubato – aggiunge scherzosamente – giacché mi
pare che manchiate d’ un’adeguata “attrezzatura” (“doppiette”,
n.d.A.)…”.
Risponde ziu Peppèddu: “stiamo
cercando delle grotte nuove. Quest’amico, che voi avete scambiato
per uno straniero, è uno speleologo: uno che le studia
e le fotografa”. A queste parole i due caprai si guardano con
silenziosa intesa. Il meno giovane acconsente con un quasi
impercettibile movimento del capo; poi si muove verso l’ingresso della
capanna, invitandoci a seguirlo.
Entriamo nel ricovero. Vicino a due brande
sono appesi due fucili a dei ganci, ricavati da rami (unchinos),
uniti con filo di ferro alle travature del tetto.
Sul pavimento in terra battuta, presso la
soglia, fa spicco un focolare rettangolare (ochile), costituito
da filari di conci riquadrati di pietra calcarea, con intorno alcuni
piccoli sgabelli di sughero e di ferula (trullios), la cui parte
superiore risulta rivestita con una morbida pelle di capretto. Di lato
una minuta cassapanca in legno scuro (unico arredo degno di tale nome) è
addossata ad un paramento murario a secco.
Quindi il pastore con aria assorta
c’informa con la solita parlata dorgalese: “vi condurrò in una grotta
sconosciuta, di cui sappiamo l’esistenza soltanto io e pochissimi altri.
Ma chiedo a voi l’impegno che tutto ciò che vedrete non lo riferirete a
nessuno! Dovrete giurarlo su quell’immagine…”. Così dicendo stacca
da un mensola un’antica e consunta effigie di Sant’Antonio,(3)
ponendola sulla piccola cassapanca.
A queste parole restiamo sconcertati ed
ammutoliti. Tuttavia ziu Peppèddu con prontezza di riflessi poggia,
senza esitare, la mano sul simulacro e pronuncia due sole, ineluttabili
parole: “lu jùro! (lo giuro!)”. Ognuno di noi ripete lo stesso
rituale con convinzione.
L’uomo aggiunge, rivolgendosi a ziu
Peppèddu: "il vostro compagno speleologo può studiare la grotta
quanto vuole; ma non dovrà essere fatta alcuna fotografia !…”.
“Stia tranquillo – lo rassicuro – terremo fede all’impegno”.
Il nostro ospite porge infine a ziu
Peppèddu la torcia elettrica, che poco prima avevo donato. Prende dal
ripiano della piccola cassapanca una lampada a petrolio e l’accende,
invitandoci a seguirlo; quindi s’introduce nell’attiguo vano ipogeico,
destinato a ricovero per il somarello, spostando un divisorio, fatto di
rami, uniti con delle corde, sorretto da due paletti di legno, la cui
funzione è quella di mascherare un oscuro ed
umido vano naturale, aperto nella roccia.

A
sinistra. In primo piano l' "acquasantiera"; sullo sfondo l'avangrotta.
A destra. In alto
s'apre l'ingresso della grotta; in basso l'orifizio del
“frigorifero".
In fondo si trova una corta scala a pioli,
costruita con robusti rami di ginepro. L’estremità inferiore della
scaletta è fissata entro un basamento in pietrame; l’altra estremità
poggia sul bordo d’una stretta e sbilenca apertura semicircolare, aperta
superiormente nel calcare.
Più in basso, ubicato di lato, vi è un
altro orifizio, simile all’imboccatura d’un forno, che conduce ad una
piccolo e disagevole vano, utilizzato come un frigorifero naturale,
colmo di bottiglie e di due piccole damigiane, verosimilmente ripiene di
vino e di olio. Suppongo che quest’angusto ambiente ipogeico era stato
presumibilmente in antico una domus de janas o un
ripostiglio per offerte votive. Vedremo in seguito perché.
Il giovane pastore sale sulla scaletta a
pioli e s’inoltra per primo nel pertugio superiore, sorreggendo la
lampada.
Emozionati, quasi storditi dalla sorpresa
(o forse non solo da quella), trascuriamo di prelevare l’attrezzatura
speleologica dai nostri zaini, lasciati all’esterno. Ad uno ad uno lo
seguiamo come dei robots, infilandoci nella strettoia, da cui
esce una fresca corrente d’aria. Sbuchiamo ben presto in un vasto
salone, in gran parte ricoperto dal nerofumo di antiche torce.
Ad una decina di metri di distanza
dall’accesso da cui siamo penetrati si trova sul suolo roccioso un
piccolo e fondo incavo rettangolare, colmo d’acqua cristallina. A ben
osservare attorno al bordo calcareo di questa scaturigine, perennemente
alimentata da una vena sotterranea, si notano antichi ed inequivocabili
segni dell’intervento dell’uomo, che ha modellato alcuni particolari. Le
rocce che lo contornano sono inoltre levigate da un protratto
sfregamento di generazioni di persone, che per secoli vi hanno attinto
l’elemento necessario alla vita: l’acqua.
Poco lontano, sul suolo saturo d’umidità,
sono sparsi alcuni frammenti di terracotta, appartenenti a recipienti di
diverso colore ed impasto, che testimoniano l’utilizzo di questa vena
sotterranea sin dai tempi più remoti.
Il pastore prosegue il cammino, sempre sollevando la sua lampada. Ora la
grotta si fa più ampia.

Anche la potente torcia elettrica che
tiene in mano un nostro compagno, non è sufficiente ad illuminare
compiutamente l’ambiente ipogeico, che s’addentra nelle viscere della
montagna. In fila indiana c’inoltriamo attraverso varchi che spesso
s’aprono fra straordinarie composizioni concrezionali, vere e proprie
sculture surreali, che a volte paiono mostruose creature pietrificate,
plasmate da una natura fantasiosa.
E’ un percorso che penetra un mondo
oscuro, saturo d’un inquietante e tetro fascino, incredibilmente ornato
dall’ininterrotto lavoro della natura, durato secoli e secoli.
Il nostro procedere è costantemente accompagnato dalla presenza di
colonne, di stalattiti e stalagmiti dalle configurazioni più bizzarre,
che talvolta assumono le sembianze di giganteschi totem di
calcare, brillanti d’umidore, così da sembrare creature vive.
Sovente queste formazioni si presentano
variamente colorate per il loro contenuto di sali minerali di diversa
composizione, solubilizzati e fissati per sempre nelle concrezioni
durante il corso del loro assai lento sviluppo.

Ci soffermiamo per un po’ in prossimità
d’un’ imponente e policroma colata, che pare defluisca come una cascata
pietrificata.
In questo luogo estremamente conservativo,
che sa d’eternità, i miei compagni ed io ammiriamo, in raccolto
silenzio, una profusione di forme e di colori inusitati, vivendo
quest’esperienza con commozione ed emozione. Nel nostro intimo cerchiamo
di capire il significato di queste orride bellezze (l’aggettivo non è un
controsenso), che in un remoto passato hanno sicuramente colpito l’animo
e la fantasia di altri uomini, più vulnerabili alle suggestioni di
questa natura imprevedibile, i quali hanno rispettato e tramandato
pressoché integri ai posteri questi veri e propri monumenti
naturali.

Il
pastore ci conduce “zig-zagando” fra i vari gruppi di colonne e di
stalagmiti attraverso una stretta pista ipogeica, il cui sviluppo, in
certi tratti, si distingue dal circostante manto concrezionale che
ricopre il suolo. Tale traccia è infatti segnata dal nerofumo delle
scorie carboniose che cadevano dalle fiaccole, successivamente sparse e
calpestate da un protratto passaggio di antichi frequentatori. Questo
mezzo d’illuminazione è sicuramente perdurato per diverse centinaia
d’anni, sin quasi ai nostri tempi. Lungo il percorso si notano, infatti,
avanzi fatiscenti di torce tuttora poggiati su alcune rocce, situate ai
margini del sentiero sotterraneo.
Una remota presenza umana è ovunque
evidente: in certi punti si osservano, oltre a tali residui, anche
alcune stalagmiti con segni di levigazione, che possono indicare che
queste concrezioni sono state utilizzate per sostenersi in alcuni
passaggi.
Anche il nerofumo, depositatosi in
alcune parti del soffitto roccioso, palesa un’intensa frequentazione
umana di questa grotta, la quale presenta tutte le caratteristiche, la
bellezza ed il mistero d’un tempio naturale.(4)
Ciò, del resto, non deve stupirci. Infatti
manifestazioni mistico-religiose entro le grotte furono verosimilmente
praticate in Sardegna già dal “neolitico recente – protocalcolitico”
(3500–2500 a.C.), perdurando almeno sino al “nuragico medio II” (VIII-VI
secolo a.C.), con sicuri attardamenti nelle regioni più interne
dell’isola.
Il culto principale dei protosardi era
infatti idrologico, improntato cioè alla valenza sacro-lustrale
dell’acqua, i cui rituali si svolgevano negli ambienti ipogeici naturali
(caverne) ovvero artificiali (“pozzi sacri”).
In entrambi i contesti l’antro
rappresentava metaforicamente il ventre della divinità, entro il cui
intimo l’uomo penetrava per onorarla e nel contempo attingere l’elemento
vivicatore e purificatore, essenziale alla vita: l’acqua, dono divino
della Terra, la Gran Madre.
Ma torniamo alla nostra grotta, che come
abbiamo detto, ha tutta la valenza d’un sacro ipogeo.
Superiamo un altro gruppo concrezionale “a canne d’organo”, le cui
originali e fragili formazioni sono state religiosamente conservate,
giungendo sino a noi dal profondo del tempo totalmente intatte.

Man mano che
c’inoltriamo l’antro diviene sempre più umido, mentre il suolo si
presenta ricoperto da una patina concrezionale viscida ed
infida.Giungiamo in prossimità di quella che a noi sembra la parte
terminale della grotta, la cui pavimentazione è invasa da massi in via
di disfacimento, arrotondati dalla costante azione fisico-chimica dello
stillicidio e da una forte umidità.
Sul fondo della parete, che apparentemente
conclude la grotta, fa spicco un nicchione, caratterizzato da una
profonda fessura, aperta verso il basso, che fa supporre una
prosecuzione.
Mentre ci accingiamo ad avvicinarci per
meglio esaminare questa fenditura la nostra guida comincia a dare segni
d’impazienza, informandoci infine che ormai dovrà tornare indietro per
poter svolgere le proprie incombenze di lavoro.
Con una sola fonte luminosa sarebbe da
stolti procedere. E’ giocoforza anche per noi rientrare. Seppur a
malincuore ci accingiamo, quindi, a fare il percorso sotterraneo a
ritroso. Ciò che abbiamo potuto osservare è stato, comunque, notevole.
Viene alfine il momento del nostro
congedo. Dopo aver ringraziato e salutato i due ospitali caprai partiamo
da quel luogo isolato e sconosciuto, proponendoci d’approfondire in un
prossimo futuro l’indagine speleologica della grotta, così abilmente
nascosta.
Differiamo tuttavia quel ritorno da una
settimana all’altra, da un mese all’altro.
Nel frattempo frequentiamo altre regioni,
perlustriamo altri siti ed altre cavità che ci coinvolgono, distraendoci
dal tornare all’ovile e alla grotta di Tròccu ‘e Bidighìnzos.
Passa qualche anno. Quasi tutti i compagni
si sono nel frattempo accasati ed hanno inevitabilmente cambiato
interessi e stili di vita. Il gruppo si è sciolto.
………………………………………………………….
Si giunge così al 1994: ben ventiquattro
anni dopo!
Un giorno, spinto dalla curiosità, decido
di rivedere, accompagnato da alcuni amici, lo sperduto ovile del
Monte Guttùrgios, col fine di far conoscere loro quel sorprendente
eremo, assieme ai pastori che l’abitano.
Percorriamo il consueto itinerario in
auto, attraversando quasi tutta la vallata di Lanaìttu.
Parcheggiamo nella solita piazzola, presso il greto asciutto e sassoso
del piccolo torrente, perennemente in secca.
Iniziamo ora il tragitto a piedi,
risalendo la mulattiera che s’inserisce sul fondo del canyon di
Dolovérre. Durante il percorso mi rendo conto che l’ambiente è
cambiato. La boscaglia pare, infatti, più fitta. Il tratto iniziale
della mulattiera, che s’inoltra nella gola e che costeggia, taglia e, in
certi tratti, ricalca il fondo della fiumara, risulta in gran parte
danneggiata dagli agenti atmosferici.
A stento ritrovo l’innesto dal quale si
stacca il sentiero che conduce al nascosto insediamento pastorale
di Tròccu ‘e Bidighìngios, giacché si presenta pressoché
cancellato e quasi sommerso dalla boscaglia. Solamente una persona
pratica, che abbia già conosciuto il sito e nel contempo abbia buona
memoria, potrà ormai localizzare quell’antico e remoto ovile; infatti la
tenue pista, che conduceva a quell’insediamento pastorale, appare ormai
nascosta dalla boscaglia e sconvolta dal devastante grufolare dei
cinghiali.
Brutto segno: ciò significa che non è transitato più alcuno. Ogni
piccolo sentiero che attraversa queste regioni, dominio delle rocciaie e
delle selve, è infatti come un’esile arteria nella quale deve fluirvi
una costante presenza umana; qualora ciò non avvenga qualsiasi pista è
inevitabilmente destinata ad essere cancellata dagli elementi naturali:
“necrofizzata” dalla solitudine e dall’abbandono.

A sinistra. Il sentiero
appare pressoché cancellato dall'abbandono e dalla vegetazione.
A destra. L’archetto
naturale che indica la vicinanza della falesia e dell’ovile di Tròccu
‘e Bidighìnzos.
Col
suo incerto e labile sviluppo (che a tratti scompare) la traccia
s’inerpica serpeggiando entro la boscaglia. Ad un certo
punto la vegetazione si dirada, consentendoci di scorgere lassù un
piccolo arco roccioso a me ben noto: è il segnacolo che dà l’O.K. del
giusto percorso; che indica cioè che ci troviamo vicini alla meta.
In
breve raggiungiamo il monumentale obelisco roccioso e l’aggettante
falesia, alla cui base è ubicato l’antico e nascosto insediamento
pastorale, che assieme ai compagni scoprimmo tanti anni or sono.

A sinistra. Le rovine della capanna, sottostanti la falesia.
A destra.
Due rustiche trottole, rinvenute presso i suoi ruderi
I recinti si
presentano ancora quasi integri, seppur tutto l’insieme suggerisce che
in questo luogo non vi è
stata più alcuna abituale presenza umana da chissà quanto tempo.
Ci trasferiamo nella parte ove si trovava la capanna. Qui lo stato
d’abbandono appare più evidente: il tetto è sfondato; l’orditura
delle travi è sparsa all’interno della piccola costruzione. Manca la
pesante porta in quercia, che chiudeva l’abituro, ormai completamente
ingombro del tetto stramineo in rovina.
Persino il divisorio di rami, che mascherava l’antigrotta, è
scomparso: pertanto gli oscuri orifizi d’accesso alla cavità ed al
“frigorifero” naturale sono ormai allo scoperto, seppur nella
semioscurità dell’antigrotta s’intravedono appena.
Anche i muri della capanna, ma soprattutto quello della piccola stalla
che dava ricetto all’asinello, appaiono ormai crollati. Solo
“l’acquasantiera” è ancora miracolosamente intatta ed in piedi, ricolma
sempre dell’acqua di stillicidio.

In primo piano
"l'acquasantiera ", colma d'acqua di stillicidio, ripresa
dall'antigrotta.
Insomma, è proprio uno sfacelo! Del resto
ventiquattro anni sono tanti! Che sarà stato degli ospitali caprai che
abitavano quest’eremo? Uno dovrebbe avere circa sessant’anni, l’altro
circa settanta; forse non se la sentivano più di condurre
quell’esistenza durissima, non molto dissimile da quella dei loro
progenitori nuragici, votata all’isolamento e al sacrificio della loro
giovinezza. Chissà…
Vicino alla capanna, frammiste ai detriti
calcarei, rinveniamo, assieme ad una congerie di altri oggetti
abbandonati, due rozze trottole in legno di ginepro, costruite
artigianalmente da quei pastori, quasi avessero voluto lasciare un loro
ricordo.
Poco lontano appaiono sparse per terra
bottiglie e buste di plastica, barattoli, bicchieri “usa e getta”, ecc.,
tutta robaccia di produzione recente, che ci fa capire che in questo
luogo straordinario, saturo d’una atmosfera quasi sacrale, si sono
soffermate persone totalmente prive di sensibilità e d’educazione,
giacché non hanno sentito l’impulso di riportare a casa gli
indistruttibili rimasugli, dovuti al loro protratto e devastante
stazionamento, che la natura sicuramente non riuscirà mai a “riciclare”.
Accertato l’abbandono dell’ovile da parte
dei pastori che l’abitavano, ma soprattutto a seguito di queste evidenti
e deludenti constatazioni mi sento liberato dal solenne impegno, che
tanti anni prima presi in questo stesso luogo e che tenni così a lungo.
Sono venute a mancare, infatti, le ragioni d’un segreto, che è stato
ormai violato da sconosciuti.
Pertanto rivelo agli amici la presenza della grotta, indicandone il poco
visibile pertugio d’accesso.

Penetriamo conseguentemente nella
fascinosa caverna, entro la quale anticamente tante generazioni per
secoli e secoli si sono inoltrate con religioso rispetto, lasciandola
pressoché intatta.
Man mano che avanziamo fotografo
finalmente ciò che la mia promessa, a suo tempo, mi aveva così a lungo
impedito. Durante il tragitto sotterraneo osservo i miei amici, i quali
paiono frastornati ed ammutoliti dalla palese magnificenza d’una natura
generosa, che qui ha creato irripetibili capolavori, che hanno richiesto
diverse migliaia di anni per formarsi, ma che la stoltezza umana può
distruggere nel volgere di poco tempo.
Mentre procediamo chiedo ad uno di loro,
provetto speleologo: “che ti sembra questo mondo?”. Mi risponde
semplicemente con espressione sorpresa, anzi, sbalordita: “non
ho parole…”.

Giungiamo infine in prossimità dei viscidi
megaliti, che costellano il suolo. Il nicchione che custodisce
un’eventuale prosecuzione della grotta è ormai vicino.
Malauguratamente uno del gruppo incappa in
un masso, che al suo peso si muove. Osserviamo l’amico che tenta
ripetutamente ed inutilmente di ritrovare l’equilibrio; infine lo
vediamo cadere rovinosamente. Tutto si svolge in pochissimi secondi, che
non ci consentono d’intervenire tempestivamente.
Mentre lo risolleviamo ci rendiamo ben
presto conto che oltre a delle ammaccature di poco conto ha, purtroppo,
anche una brutta storta. Poteva andare anche peggio; tuttavia
quest’imprevisto ci costringe a fermarci, giacché in tali condizioni non
è più possibile proseguire; inoltre la via del ritorno richiederà adesso
parecchio tempo.
E’ proprio una iattura! Con rammarico
anche stavolta dobbiamo tornare indietro senza portare a termine
compiutamente l’indagine speleologica: come successe, seppur in diverse
circostanze, oltre vent’anni prima.
Sulla via del ritorno penso in cuor mio: “arrivederci,
misteriosa e bella grotta. Prima o poi riuscirò, sta certa, a conoscerti
sin nei tuoi ambulacri più profondi! ”. Tutto fa pensare, infatti,
che la vasta cavità abbia una prosecuzione, che verosimilmente conduce a
quote più basse. Si tratterà di trovare l’adatto pertugio.
Qui termina la quasi-avventura, vissuta da
chi scrive e dai suoi compagni in uno dei santuari naturali fra i più
affascinanti e sconosciuti dell’isola, che attende d’essere tutelato
dagli organi preposti, sia perché fa parte della nostra memoria storica,
sia perché può essere adeguatamente valorizzato per una regolamentata
fruizione turistica.

A tale scopo sarebbe opportuno riattare il sentiero che conduce
all’ovile e nel contempo sottoporre ad un fedele restauro le sue
originarie strutture e quelle delle relative pertinenze. Sarà
necessario, inoltre, ampliare l’orifizio d’entrata dell’attigua cavità.(5)
Sono opere che comportano un modesto
impegno economico, ma che richiedono una sollecita esecuzione, volta al
recupero d’un prezioso, antico ed singolare esempio d’insediamento
pastorale supramontano, che può divenire un forte elemento di richiamo,
meritevole d’essere inserito, assieme alla sua grotta, in un itinerario
di carattere archelogico, etnografico e naturalistico, che lo colleghi
ad altri siti vicini ed interessanti, ad esempio al villaggio
tardo-nuragico di Tìscali. Una felice e rara opportunità che non
deve essere assolutamente sprecata.
Contestualmente sarà indispensabile,
tuttavia, organizzare una sollecita ed assidua opera di prevenzione e di
vigilanza, che esige la chiusura dell’accesso alla bella caverna con un
cancelletto di ferro, al fine di conservare intatte le sue straordinarie
concrezioni, che se tolte dal loro contesto ambientale non figurano e
non valgono proprio nulla, ma se lasciate ove si sono formate
rappresentano un potenziale richiamo per futuri visitatori: un vero e
proprio patrimonio, di cui potranno usufruire anche le future
generazioni (vedi, ad esempio, la Voragine d’Ispinigòli
presso Dorgali ed altre grotte turistiche della Sardegna).
E se un giorno ciò
si dovesse concretizzare avrò la soddisfazione d’aver dato, ancora una
volta, un fattivo contributo ad una conoscenza approfondita della mia
terra con un’ ultratrentennale opera di suggerimento, di
sensibilizzazione e di divulgazione, volte ad illustrare ai “media”
luoghi e regioni di notevole valenza naturalistica: la mia Sardegna
nascosta.
Molte di queste località, infatti, sono
ormai divenute in questi anni (merito soprattutto di chi scrive) punti
fermi per un tipo di turismo, definito “intelligente”.

Ritengo obiettivamente, infatti, d’aver
schiuso per la prima volta con le mie scoperte, con i miei itinerari,
con le mie inedite immagini fotografiche e con le mie
pubblicazioni l'esistenza d’eccezionali e sconosciuti siti di grande
valenza turistico-culturale, che hanno aperto o potranno aprire, in un
prossimo futuro, altre concrete ed incoraggianti prospettive per nuove
possibilità occupazionali. Occorre tuttavia essere convinti di queste
opportunità: noi lo siamo.
Potranno così realizzarsi nuovi progetti,
orientati verso iniziative, direttamente connesse ad un prezioso
territorio, che se non impoverito delle sue straordinarie emergenze o
consumato, ma ben gestito e valorizzato, può essere fonte d’un proficuo
e duraturo lavoro.
L’affascinante sito che ho appena
segnalato ed illustrato può rappresentare, dunque, una di queste
occasioni, che tuttavia attende d’essere opportunamente
colta con tempestività, prima che sia svilita, se non addirittura
distrutta.
Affinché ciò si realizzi sarà tuttavia necessario, come più sopra
accennato, custodire ed amministrare scrupolosamente
queste ricchezze naturali, assieme alle
antiche opere dell’uomo, poiché ad oggi davvero poco è stato
fatto a tale proposito, ma troppo invece è stato dissipato per stolto
vandalismo, per cieco opportunismo, per colpevole trascuratezza o
ignoranza, soprattutto nelle zone interne dell’isola.
La Sardegna ha molto
donato e tanto ancora è in grado d’offrire ai propri figli col suo raro
patrimonio ambientale, con le sue antichità, col suo singolare e
dovizioso corredo etnografico e culturale: una grande ricchezza che è
fonte di promettenti prospettive. Ma dai suoi figli richiede d’essere
amata, rispettata e gelosamente protetta: a tutti i livelli!
Chi vuol intendere intenda…
NOTA (1).
Giuseppe Gaddone (noto
ziu Peppèddu), Franco Dezzola, Giuseppe Mulas, Mario Carrus:
tutti di Oliena (NU).
torna
al testo
NOTA (2).
La fertile vallata
di Oddoène, attraversata quasi totalmente dal rio Fluminèddu,
s’estende poco distante dall’abitato di Dorgali (NU). E’ ricca di
pascoli e di coltivi, soprattutto di vigne, che producono un
ottimo “cannonau”.
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NOTA (3).
Sant’ Antonio e San
Francesco sono dei santi protettori
molto venerati nelle zone interne
dell’isola.
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NOTA (4).
In Sardegna vi
sono numerosi esempi di grotte, utilizzate dai
protosardi come templi: la voragine d’Ispinigòli,
presso Dorgali (NU); la grotta Piròsu, presso Santadi (CA); la
grotta Su Mannàu, presso Fluminimaggiore (CA); la grotta
Sos Sìrios, presso Calagonone (NU); la grotta Caprìles, nel
Supramonte di Orgosolo (NU); la grotta Scala ‘e Crèsia,
presso Morgongiori (OR), ecc.
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NOTA
(5).
L’Autore mette a
disposizione delle Istituzioni preposte (Comune e Provincia) la propria
esperienza e consulenza per una fedele ristrutturazione dell’ovile
e delle sue pertinenze.
torna
al testo
__________
AVVERTENZE
∙
Tutte le foto che illustrano l’interno della grotta sono
state riprese dall’Autore nel 1994, successivamente, cioè, all’abbandono
dell’ovile da parte dei pastori che l’abitavano.
∙
In questo episodio è stata inserita una doviziosa documentazione
fotografica, affinché le Istituzioni preposte (soprattutto a livello
comunale e provinciale) comprendano l’eccezionalità del sito, meritevole
di tutela e di un’adeguata valorizzazione turistica per le sue
peculiarità etnografiche e speleologiche e, pertanto, siano portate a
considerare la necessità di promuovere appropriate e sollecite
iniziative in proposito.
∙
La terminologia nel lessico dorgalese su alcuni attrezzi
pastorali, usata in questa “Sezione”, è stata ripresa dall’interessante
volume “Cuiles” di Leo Fancello (Seconda Edizione – Dorgali 2003),
che illustra gli insediamenti pastorali dei Supramontes, assieme
alla loro storia, i racconti e le tradizioni: un libro di grande
interesse che apre nuovi spiragli alla conoscenza d’uno straordinario
ambiente umano, che assieme alla sua singolare, atavica ed irripetibile
cultura materiale è avviato, ormai, a scomparire per sempre .
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©
by Elio Aste 2004
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esplicitamente la fonte l’Autore autorizza la ripresa di
qualunque parte di questa pubblicazione, purché non venga
utilizzata per scopi illeciti o di lucro.
In Sottofondo : "Luoghi della
mia anima" Autore ed esecutore Elio Aste
© 2004

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