LA TOMBA NURAGICA

DI

"SU SUERCONE"

 

PREMESSA

LA SPEDIZIONE "SUPRAMONTE 1"

Nell’ottobre del 1974 organizzai una spedizione, denominata "Supramonte 1", orientata a studiare una regione allora pressoché sconosciuta della Sardegna, forse in assoluto la più isolata e naturalisticamente integra, collocata nel baricentro geografico del Supramonte, più precisamente entro il triangolo topografico, costituito da Punta Solìtta (mt.1026) - Monte Oddeu (mt.1063) – Vallata di Lanaìttu (Tròccu de Corròjos mt.246).

 Carta del percorso della spedizione "Supramonte 1"

Dal valico di Punta Solìtta, attraverso un’assai fitta e vasta foresta primaria di lecci, dovevamo giungere sino alla profonda dolina di Su Suercòne, che ci ripromettevamo d’esplorare a fondo alla ricerca di eventuali grotte e sul cui bordo dovevamo costituire il primo campo-base.

Su Suercòne è una sorta di gigantesco cratere di difficile accesso, un vero e proprio microcosmo, entro il quale davvero pochi sino ad allora avevano avuto la ventura di discendere; verosimilmente soltanto qualche capraro orgolese o dorgalese al fine di recuperare qualche bestia sperduta: gente straordinaria, solitaria e coraggiosa, abituata a convivere con le durezze degli implacabili elementi naturali, che dominano quel mondo e che lassù scolpiscono le rocce assieme al carattere di quegli uomini.

Da tale sito, di grande interesse paesaggistico e geologico, prevedevamo di trasferirci a Campu Donanìcoro, un vasto pianoro, posto a quota 850 mt. circa, che si configura anche questo come un imponente fenomeno di carsismo esterno, seppur diverso da Su Suercòne.

Si tratta infatti di una grande "polje": una piana che s’estende per oltre tre chilometri quadrati, situata alle falde occidentali del Monte Oddèu, racchiusa da versanti rocciosi non troppo ripidi, entro la quale contavamo di soffermarci per poterla visitare con una certa accuratezza.

La prosecuzione dell’impegnativo percorso esplorativo prevedeva inoltre la perlustrazione della bellissima piccola valle carsica di Bàdde Doronè, ricca di cavità, in quei tempi assai poco conosciuta.

Da questa località dovevamo discendere, immettendoci nel "cayon" di Tròccu de Corròjos (Forra dei Lamenti), per giungere infine nel fondo della Vallata di Lanaìttu, concludendo così il nostro lungo e faticoso viaggio itinerante (il termine "trekking" ancora non esisteva).

In quegli anni ormai lontani queste plaghe, sommariamente descritte, erano ignote non solo ai "media" ma a gran parte dei sardi, giacché attraversate e vissute solamente da pochi pastori-eremiti e…da qualche bandito. Infatti la durezza e la lunghezza del percorso, necessarie per raggiungerle, le nascondeva e tagliava fuori dal resto del mondo.

I pochi che , seppur sommariamente, avevano visitato quel mondo remoto e selvaggio, lo descrivevano come saturo di un tetro fascino, permeato di leggenda e di mistero: ciò lo rendeva ancor più isolato e temuto.

Nondimeno, grazie soprattutto all’opera di conoscenza e di sensibilizzazione, iniziata e portata avanti per decenni dal sottoscritto, alcuni emuli trekkers già da qualche anno ricalcano le mie orme e quelle dei miei compagni d’avventura (1), rompendo in sì fatto modo l’isolamento ed il silenzio di quelle solitudini.

Ciò è motivo di soddisfazione e d’orgoglio per me e per coloro che mi affiancarono in quella sistematica esplorazione, poiché, per quei tempi, di vera e propria esplorazione si trattava.

Ma torniamo alla spedizione "Supramonte 1". In tale circostanza m’accompagnava, dunque, un gruppo di amici "temerari" coi quali avevo un assoluto affiatamento, giacché con loro già da tempo effettuavo lunghe e faticose escursioni.

Lo scopo della protratta ed impegnativa ricognizione esplorativa, che stavo organizzando, era volta originariamente ad un’indagine naturalistico-documentativa (fotografia e cinematografia) su un ambiente di notevole interesse.

Ma lasciamo ad alcune pagine del mio libro "SARDEGNA NASCOSTA" la descrizione di quell’avventuroso trekking.

 

 

 

ESTRATTO DAL LIBRO DELL’AUTORE

"SARDEGNA NASCOSTA"

(Edizioni S.A.G.E.P.- Genova 1982-1983)

(Edizioni della Torre-Cagliari 1983)

 

OVE LA GENTE DEI NURAGHI SEPELLI’ I SUOI MORTI

Partendo dalle falde del Supramonte di Orgosolo una lunga marcia della durata presumibile di tre giorni doveva condurci, con direttrice ovest-est, presso le seguenti località: Punta Solìtta – Cuile ‘Atza Bianca – Su Suercòne - Campu Donanìcoro.

Dovevamo quindi dirigerci decisamente a nord, fino a raggiungere la vallata di Lanaìttu, presso Oliena. A questo punto l’impresa poteva dirsi pressoché conclusa. Chi sa, tuttavia, che cos’è l’eremo del Supramònte, può ben capire le fatiche e le difficoltà che potevano allora presentarsi in quest’itinerario, attraverso un mondo aspro e difficile.

La spedizione, denominata "Supramonte 1", era stata organizzata da chi scrive per consentire l’esplorazione d’una fra le più impervie plaghe della Sardegna centrale, forse in assoluto la più selvaggia dell’isola.

Questa regione, segnata da voragini e cavità, è anche ricca d’un diffuso carsismo esterno, nonché completamente priva di un’idrografia di superficie. Il fine dell’escursione era quindi di carattere preminentemente speleologico e naturalistico.

Progettavamo anche una ricognizione nel fondo della dolina Su Suercòne, un vero e proprio microcosmo di difficile accesso, presso la quale doveva essere costituito il campo- base.

Ma veniamo alla cronaca della spedizione. Dopo aver abbandonato la provinciale Oliena-Orgosolo prendiamo sulla sinistra un tratturo che attraversa la località Fundàles. Giungiamo così in automezzo quasi alle pendici del Supramonte.(2)  Una muraglia calcarea, che s’estende per decine di chilometri, racchiude un immenso altopiano, che ormai incombe su di noi.

Lassù è veramente il regno della solitudine e del silenzio. Le pareti di quell’immensa acropoli rocciosa, entro la quale circa duemila anni or sono si arroccarono gli ultimi protosardi, si stagliano minacciose con strane guglie e pinnacoli.

Ha inizio la durissima marcia. Superiamo a quota 1.100 mt. circa l’enorme bastione in corrispondenza di un valico, presso Punta Solìtta, e ben presto sbuchiamo sulla sommità dell’altopiano, ai margini d’una fitta foresta, lasciata da sempre allo stato naturale, della superficie di oltre venti chilometri quadrati.

Qui si trovano esemplari di elci, eccezionali per età e maestosità, che sorgono da una pietraia. I rari pastori che ancora si avventurano in questi luoghi, ove è assai facile smarrirsi, hanno lasciato appese ai rami degli alberi, come segnali per orientarsi, decine di grosse pietre di calcare, che spiccano col loro biancore in quell’uniforme mare di vegetazione.

Qua e là nel rado sottobosco si nota la fioritura della delicata peonia, che riesce a sopravvivere anche in questi luoghi così ostili. Superiamo rupi, forre e scoscesi canaloni, sotto il manto vegetale di questa foresta. Localizziamo inoltre alcune cavità, le cui imboccature sono letteralmente tappezzate da "moquettes" di muschio.

Siamo ormai in marcia da circa quattro ore, sempre immersi nella penombra della folta vegetazione, che man mano che procediamo si dirada. Giungiamo infine presso una radura sassosa dalla quale emergono le strutture dell’antico ovile di ‘Atza Bianca, che paiono pietrificate dallo scorrere degli anni e dalle intemperie.

 I resti della capanna dell’antico ovile Atza Bianca

Della capanna, costruita con una primitiva architettura di robusti tronchi di ginepro, è rimasta soltanto l’impalcatura, che un tempo veniva coperta con cortecce di sughero e con frasche.

Vi sostiamo per consultare le carte e riposarci: "Qui venni da ragazzo – dice ziu Peppèddu, l’anziana guida di Orgosolo, che conduce il gruppo – niente è cambiato d’allora; così forse conobbero questi luoghi i nostri primi avi: è un mondo fermo come quelle rocce laggiù, quando altrove tutto corre e muta senza senso…".

Riprendiamo il cammino nella foresta: ormai l’intrico sta per esaurirsi. Superiamo il brullo canyon d’una fiumara e finalmente giungiamo sul bordo della dolina. Lo spettacolo che s’offre alla nostra vista è affascinante ed orrido insieme. Ai nostri piedi s’apre un cratere di oltre due chilometri e mezzo di circonferenza, con pareti strapiombanti per circa duecento metri.

 Una veduta dall’alto della dolina Su Suercòne

Coi binocoli osserviamo alcune mufle che brucano nel fondo dell’abisso e che nel vederci si nascondono lestamente fra boschetti, composti da tassi abetiformi. Laggiù non è infrequente, soprattutto in certi periodi dell’anno, trovare questi artiodattili, che vi sostano spesso per partorire e ripararsi dalle bufere invernali

Dopo aver costituito il campo-base intraprendiamo la pericolosa discesa entro quel gigantesco catino di calcare, formatosi probabilmente a seguito d’uno sprofondamento tettonico. Mettere un piede in fallo può ora significare un volo di centinaia di metri.

Discesa entro la dolina

Scendiamo pertanto con prudenza e, perdendo quota fra una cengia e l’altra, raggiungiamo il fondo del baratro. Nel guardarci intorno ci assale lo sgomento. L’ambiente è strano. L’aria immobile. Il silenzio è profondo, innaturale. Anche le piante hanno qualcosa di singolare. Vi troviamo tronchi d’edera, grossi quanto un uomo, con ramificazioni che si sviluppano sulle pareti per centinaia di metri.

Nel fondo della dolina, composto da materiale di detrito, rileviamo un inghiottitoio franoso, che raccoglie le acque meteoriche: una vera e propria trappola, che ci guardiamo bene dal discendere, data la sua pericolosità.

 Tronco d’edera grosso quanto un uomo

 Uno scorcio nel fondo della dolina

 

Uno scorcio nel fondo della dolina

Ma veniamo, in breve, a descrivere la scoperta più interessante di quel giorno. Ci accingiamo ormai ad uscire da quella voragine carsica, giacché il sole volge al tramonto. Nel risalirne le pareti giungiamo presso un terrazzo roccioso, di lato al quale si trova una fessura. Un componente del gruppo v’infila la testa, ma subito la ritrae assai emozionato.

Ben presto capiamo la ragione del suo turbamento: in fondo alla frattura della roccia affiorano dal terriccio ghiaioso alcuni teschi ed ossa umane, misti a cocci di recipienti in terracotta di fattura primitiva, assieme a tizzoni semicombusti di antichissimi focolari.

 Un teschio che emerge dal suolo

Da un sommario esame visivo dei reperti deduciamo trattarsi di un luogo di sepoltura del vicino aggregato nuragico dell’altopiano di Donanìcoro, dominato dai ruderi d’un candido nuraghe, costruito in calcare.

Scattiamo diverse fotografie per documentare la scoperta. Perché antropologi e studiosi possano in seguito rimuoverli ed esaminarli nascondiamo, quindi, gli antichissimi resti osteologici umani con delle frasche, affinché non possano essere dispersi o manomessi. Al crepuscolo raggiungiamo giusto in tempo il campo-base, posto in prossimità dell’imbuto gigantesco della dolina. La notte intanto sopravviene assieme al monotono e triste richiamo di uccelli notturni.

 

 

 

DONANICORO: L’ALTOPIANO DELLA DISCORDIA

Il campo-base nel quale abbiamo pernottato, è posto dunque nel bordo sud dell’abisso di Su Suercòne sotto un solitario e plurisecolare leccio. Abbiamo ormai compiuto più della metà dell’itinerario, con risultati lusinghieri, che sono andati addirittura oltre le nostre aspettative e speranze; ma l’esplorazione deve essere completata e tanto cammino, non certo facile, resta da percorrere attraverso aspre giogaie e profondi canaloni.

Da dietro la dorsale del Monte Oddèu, in territorio di Dorgali, che delimita ad est il Supramonte, ci giungono in un rossastro barbaglio le prime luci dell’alba: una rapida consultazione alle carte topografiche, ancora un’occhiata all’affascinante baratro della dolina, e via, in marcia verso est.

Attraverso "campi solcati", interrotti da boschetti di ginepro, giungiamo ben presto su un cocuzzolo, sulla cui sommità emergono i resti d’un candido nuraghe, interamente costituito da macigni di calcare.

 

 I ruderi di Nuraghèddu emergono dalle rocce

Da questa costruzione megalitica possiamo spaziare con lo sguardo su Campu ‘e Donanìcoro, un altro inconsueto ed imponente fenomeno di carsismo esterno, assai diverso dalla dolina Su Suercòne, ma da punto di vista geologico non meno interessante. Si tratta, infatti d’un vastissimo altopiano, allungato da nord a sud, perfettamente pianeggiante, della superficie complessiva di oltre tre chilometri quadrati, posto ad un’altitudine media di 850 metri sul livello del mare. La bianca catena calcare del Monte Oddèu lo delimita ad est; altrove, colline rocciose, sempre di natura calcareo- magnesiaca, lo racchiudono ad anfiteatro.

 

Una veduta di Campu ‘e Donanicòro dalla sommità di Nuraghèddu

Secondo il prof. Antonio Porcu, docente d’idrologia presso l’Ateneo Cagliaritano, "[…] questo altopiano, leggermente depresso (polje) fu probabilmente un’antica valle drenante, in relazione ad un reticolo fluviale, attualmente scomparso o modificatosi. Le acque meteoriche vengono attualmente assorbite e smaltite lungo le fratture e negli interstrati dei banchi calcarei, "carsificandoli" ed andando , quindi, ad alimentare in parte il sottostante bacino del rio Fluminèddu, presso Dorgali, ed in parte quello della valle di Lanaìttu […]".

Assai lontani, verso sud-sud-est, appaiono i salienti della Costa Sìlana, che delimitano a levante il Supramonte di Urzulei. Mentre ammiriamo questo grandioso panorama, un componente del gruppo ci fa cenno nervosamente col braccio, verso ponente.

Eravamo abituati a notare nell’alto del cielo di questi luoghi selvaggi le evoluzioni di vari rapaci, ma stavolta l’apparizione è davvero troppo repentina e vicina per non rimanerne affascinati: con un volo assai basso, che pare quasi lambisca le cime dei ginepri, ci appare all’improvviso un enorme avvoltoio grifone; sentiamo addirittura il rumore delle sue ali possenti che fendono l’aria. Accorgendosi della nostra presenza il maestoso volatile si libra con uno stupendo volteggio, a spirali sempre più larghe e sempre più in alto, sparendo ben presto alla nostra vista, in direzione della gola di Gorròpu.

Il vastissimo pianoro, data l’altitudine e la particolare conformazione topografica e geologica del terreno, si presenta ancora come un immenso tappeto di verde. Per il possesso dei suoi pascoli ed a causa dei suoi incerti confini comunali, che ancora lo dividono, a Donanìcoro scoppiarono spesso mortali dispute fra pastori di Orgosolo e di Dorgali.

Ma è da tanto tempo ormai che il triste canto di quei pastori erranti non rompe più il silenzio del gigantesco anfiteatro dell’altopiano. Varie cause infatti distolgono attualmente, dopo secoli, gli ultimi discendenti dell’antica e fiera stirpe dei pastori barbaricini da quel vivere travagliato ed incerto, non molto dissimile da quello dei loro progenitori neolitici.

Ora la piana è apparentemente deserta. Soltanto la presenza del muflone, il volo dell’aquila o del grifone, il grugnire notturno del cinghiale, il canto d’amore della volpe ne incrinano la profonda solitudine.

Ci dirigiamo verso nord, costeggiandone il bordo, la cui uniformità è interrotta, qua e là, da profonde buche carsiche. Giungiamo infine presso i resti d’un antichissimo villaggio, relativamente vicino alla mole del nuraghe che poc’anzi abbiamo lasciato. Emergenti dai ruderi notiamo numerosi e vecchissimi esemplari del raro acero minore, nonché nutrite formazioni d’efedra nebrodense.

Presso la zona periferica, a sud di questo insediamento d’età nuragica, composto un tempo da decine di capanne di varia ampiezza ed a pianta circolare, rileviamo i resti d’una "tomba di giganti", adibita a sepoltura collettiva del villaggio.

La costruzione funebre, con orientamento frontale rivolto verso sud-est, ha la parte anteriore composta da un’esedra ad emiciclo, costituita da pietre fitte e raccordata nella mezzeria ad un tunnel di seppellimento con andamento rettilineo.

Ruderi di capanne nuragiche

 Una delle tombe

L’articolazione è comune a gran parte di costruzioni consimili. Presenta tuttavia una peculiarità: la sezione trasversale di detto corridoio è a forma trapezia o a chiglia di barca rovescia con fondo piatto, costituita da filari di grosse pietre squadrate, sovrapposte ad esecuzione isodoma, tali da creare un’accentuata rastremazione verso la sommità, ricoperta in origine da lastroni di calcare (piattabante). Si tratta dunque di una tecnica desueta per questo tipo di monumento, che ha generalmente paramenti murari di gusto ortostatico.

Davanti a questo pubblico sepolcro, entro l’area sacra dell’esedra, i costruttori delle "tombe di giganti" e dei nuraghi compivano i loro riti, detti dell’incubazione. Si suppone infatti che i loro sacerdoti somministrassero ai fedeli una pozione soporifera, estratta da un infuso di certe erbe, che portavano ben presto ad un sonno ipnotico e profondo.

Gli spiriti degli avi, che come dei tutelari vegliavano costantemente sulla tribù, consigliavano e predicevano l’avvenire ai loro discendenti. Qui i dormienti, coricati o seduti su appositi scranni di pietra, addossati all’emiciclo, cercavano con quei soprannaturali colloqui di fortificare il proprio corpo ed il proprio animo, preparandosi alle tempeste della vita.

Gli antichi abitatori, che vivevano in questi luoghi, potevano rifornirsi d’acqua potabile solamente dalla vicina sorgente di Funtàna s’ ‘Arga, unica nella regione, ubicata entro una disagevole fessura rocciosa, a circa cinquecento metri dal villaggio. Ricordiamo infatti che Campu ‘e Donanìcoro è un altopiano carsico, molto permeabile alle acque meteoriche, assolutamente privo quindi di manifestazioni sorgentizie.

Compiamo infine una ricognizione più a meridione, verso la piana, notando estesi limiti poderali, formati da allineamenti in pietre fitte, intersecantisi ortogonalmente; una vera e propria lottizzazione, destinata probabilmente a stabilire i recinti per il ricovero del bestiame dei vari componenti del clan.

Tutto l’insieme costruttivo, mirabilmente inserito nell’ambiente, denota un modo d’edificare ed un modulo architettonico primitivi ma funzionali, improntati soprattutto ai bisogni ed al modo di vivere d’una comunità pastorale, isolata ed autosufficiente.

 

( "ADDENDUM" )

LA SPEDIZIONE "SUPRAMONTE 2"

L’anno successivo concretizzai un’altra spedizione (effettuata il 29.08.1975), stavolta elitrasportata, che denominai "Supramonte 2" con la quale per la prima volta fu messa a punto e realizzata in Sardegna un’operazione pianificata di trasferimento e di recupero di uomini e materiale che si avvalse di un mezzo aereo al servizio della conoscenza scientifica e culturale, di cui a suo tempo diede notizia gran parte della stampa nazionale e regionale.

A tale proposito desidero ancora ringraziare, anche da queste pagine, l’ISPETTORATO RIPARTIMENTALE DELLE FORESTE di Cagliari per avermi, in tale circostanza, cortesemente messo a disposizione un elicottero, che ha contribuito in modo determinante alla piena riuscita dell’impresa.

L’operazione "Supramonte 2" mirava non solamente al recupero ed al successivo esame scientifico in laboratorio degli antichi resti scheletrici umani, scoperti nel corso della precedente spedizione "Supramonte 1", ma era indirizzata altresì ad un’indagine conoscitiva sulla geomorfologia e sul carsismo, nonché sugli aspetti botanici, peraltro peculiari, della dolina Su Suercòne: ciò richiedeva, nondimeno, la presenza di esperti in dette discipline, i quali non potevano ovviamente essere condotti nel sito con una lunga e logorante marcia.

 Atterraggio del primo volo (n.10 viaggi  fra andata e ritorno)

Come più sopra accennato, la spedizione scientifica "Supramonte 2", alla quale parteciparono oltre venti persone fra studiosi ed elementi di supporto, fu dunque, in assoluto, la prima in Sardegna ad essere stata realizzata per via aerea. I partecipanti furono prelevati da un elicottero dalla base di Fàrcana, sul Monte Ortobene (NU) e trasbordati in prossimità della dolina Su Suercòne.

Se ne elencano di seguito alcuni componenti: il prof. GIOVANNI G. COSSEDDU dell’Istituto di Scienze Antropologiche dell’Università di Cagliari; il prof. ANTONIO PORCU, geologo, docente di idrogeologia presso lo stesso Ateneo cagliaritano; il dott. STEFANO ALIAS, botanico, dirigente dell’Azienda Foreste Demaniali della Regione Sarda; il compianto ing. DINO GIACOBBE, uno dei pionieri della speleologia sarda e studioso di archeologia, nonché altri esperti ed appassionati.

Il GRUPPO SPELEOLOGICO DI OLIENA mi coadiuvò sia nel trasporto dei materiali che come aiuto e sostegno per gli studiosi nel superare i punti critici, rivelandosi quindi prezioso soprattutto nella parte logistica.

A tutti i partecipanti rinnovo da queste righe il mio più vivo ringraziamento per aver avuto modo di condividere assieme un’esperienza indimenticabile nell’ambito della conoscenza scientifica, culturale ed umana.

Rivolgo inoltre un riverente ricordo agli ormai scomparsi prof. G. G. COSSEDDU, valente antropologo, assistente di fiducia del prof. MAXIA (studioso di fama internazionale) ed all’ing. D. GIACOBBE (mitica figura di combattente dell’antifascismo, padre della scrittrice Maria Giacobbe, membro di spicco del Partito Sardo d’Azione, nonché uno dei fondatori della speleologia sarda), il quale con immutato entusiasmo, continuò, nonostante l’età avanzata, a tener viva, sino all’ultimo, la passione per l’esperienza culturale e per la ricerca, maturate sul campo, dalla cui figura, in tal senso, ho cercato di trarre esempio.

Ma riprendiamo a parlare del ritrovamento dell’antica tomba, avvenuto entro l’immane depressione imbutiforme di Su Suercòne.

 Una veduta all’interno della dolina

Il compianto antropologo, prof. GIOVANNI G.COSSEDDU, che esaminò e studiò i resti osteologici umani, rinvenuti in quel luogo impervio ed isolato, così scrive nella sua relazione, conseguente al recupero da lui effettuato: "[…] da un esame preliminare del materiale scheletrico umano, soprattutto dei crani, i reperti sembrano appartenere ad almeno sette individui: una femmina giovane, probabilmente sotto i vent’anni […] ; una femmina vecchia; quattro maschi adulti, rappresentati: da una calotta incompleta; da tre crani interi, di cui uno con anomalia ossea (occipitalizzazione della prima vertebra cervicale, cioè dell’atlante). Il settimo individuo è rappresentato da un osso temporale sinistro, probabilmente di femmina.

Pure un preliminare esame delle ossa lunghe concorda con il numero d’individui sopracitato.

Un aspetto interessante è costituito da caratteri reperibili su almeno cinque dei reperti cranici suddetti, e cioè dalla presenza (particolarmente notevole in un cranio) di ossicini soprannumerari lungo le varie suture delle ossa craniche […]".

L’indagine antropologica ha dunque evidenziato alcune connotazioni nei teschi, comuni ad almeno cinque individui. Tali particolarità, essendo piuttosto inconsuete, fanno in seguito ipotizzare allo stesso G.G.COSSEDDU, nella sua relazione, che verosimilmente poteva trattarsi di salme, appartenenti ad un singolo ceppo familiare.

 Una parte dei resti scheletrici della tomba nuragica

Ciò induce a concludere che nel luogo del rinvenimento si trovava una cavità naturale, ove venivano inumati i membri d’una stessa famiglia.

Il repertorio ceramico che accompagnava le salme è, invero, piuttosto esiguo, perché in gran parte disperso e frantumato dalla frana che ha scombinato il sepolcro. Consta di vari frammenti di tegame a forma troncoconica, originariamente costituito da pareti basse ad orlo arrotondato e fondo piatto a margine smussato, le cui superfici esterne, di colore bruno-rossiccio, presentano zone di lucidatura a stecca, mentre quelle interne, più scure, sono rifinite con un’ ingubbiatura ed una lisciatura, seppur sommarie.

 Il prof. G.G.Cosseddu recupera i resti scheletrici

 L’antropologo illustra la specificità di un cranio

Più interessante il fondo d’un vaso di colore grigio-bruno, con residui di parete dal profilo leggermente concavo, contenente grumi di materiale organico di colore grigio scuro, in gran parte ormai incenerito dal tempo (offerte di cibo?); il reliquato del manufatto si presenta omogeneo nella lavorazione e lisciato con accuratezza.

Entrambi gli avanzi dei contenitori sono costituiti da un impasto sufficientemente depurato e di buona cottura, ma con numerosi, seppur piccoli inclusi calcarei.

Mancano totalmente le anse, disperse in seguito al crollo, che avrebbero potuto rendere più agevole agli esperti una maggiore caratterizzazione del contesto funerario, i cui fittili trovano nel nuorese puntuali agganci cronologici e tipologici con analoghi reperti ceramici, collocabili nell’orizzonte culturale degli ultimi tempi nuragici.

Alcuni componenti la spedizione assieme all’Autore (col borsone)

[ Foto I. Berria ]

 

Resti d’un focolare rituale

Anche i residui dei focolari, probabilmente rituali, costituiti da alcuni piccoli fusti legnosi semicarbonizzati, rinvenuti assieme ai resti scheletrici umani ed ai frammenti dei manufatti ceramici, facevano verosimilmente parte di detto contesto funerario.

Non è stato possibile stabilire, sia per lo spostamento subito dai reperti a seguito dello smottamento, che per le condizioni d’alterazione degli strati, scombinati dalla frana, se si trattava di salme a deposizione primaria o secondaria.

La prova col radiocarbonio C14 ha collocato l’età dei resti scheletrici fra 2.010 e 1.870 anni dal presente, cioè in un’epoca caratterizzata dall’inizio dell’occupazione della Sardegna da parte dei Romani (238 a.C.) con conseguente progressiva decadenza della civiltà nuragica, costretta a rinserrarsi nelle regioni montuose più interne ed inospitali dell’isola.(3)

Resta insoluto l’enigma sulle cause che possono aver indotto la comunità del vicino villaggio nuragico di Donanìcoro (cui sono annesse due monumentali "tombe di giganti") ad inumare i defunti d’una famiglia (verosimilmente originaria di detto borgo nuragico) entro una cavità carsica, distante circa ottocento metri circa dal medesimo aggregato abitativo e, per giunta, situata all’interno d’una profonda dolina, dall’accesso assai disagevole.

Si voleva forse isolare, anche da morti, i membri d’un gruppo familiare, come probabilmente erano stati da vivi? Vi furono gravi motivi igienici, morali, sociali o religiosi che imposero di rinserrare quelle povere spoglie in un luogo così chiuso, impervio e, aggiungerei, così "infernale"?

Ai paleoetnologi passiamo questi difficili quesiti, ai quali presumibilmente non potranno mai dare convincenti risposte, come del resto già avvenne per altri misteri supramontani, legati ad un passato, talvolta neanche tanto lontano nel tempo.

Durante le  fasi del viaggio di ritorno incombe ormai la notte

 

Servizio giornalistico dell’Autore

 


 

Nota(1). Gli indimenticabili Giuseppe Gaddone (noto ziu Peppèddu), Franco Dezzola, Giuseppe Mulas, Marco Vespa, Aldo De Montis, Mario Cadoni, Luca Pinna, Vincenzo Tupponi (noto Murena), Gianni Pinna; gli ultimi due si appassionarono talmente a questo genere di esperienze che divennero in seguito guide professioniste.

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Nota(2). In seguito fu costruita una pista che dalla località pedemontana di Fundàles s’inerpica sino al valico di Punta Soliìtta.

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Nota(3). I reperti scheletrici umani sono custoditi attualmente nel "Museo Sardo di Antropologia e di Etnografia" dell' Università degli Studi di Cagliari, la cui attuale sede si trova nella Nuova Cittadella Universitaria - S.S. 550, Km.4,500 - MONSERRATO (CA).

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In Sottofondo : "Luoghi della mia anima" Autore ed esecutore Elio Aste © 2004