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PREMESSA Nel corso delle mie lunghe escursioni, che mi portavano a frequentare le plaghe più sperdute della Sardegna, era inevitabile scoprire talvolta dei siti nei quali emergevano inedite testimonianze di grande interesse archeologico. Già dal 1984 avevo iniziato una sistematica esplorazione delle regioni più recondite e sconosciute dell’Ogliastra,col fine di tracciare nuovi itinerari da trekking per inserirli nel mio costituendo volume "Sardegna Selvaggia". Durante il mese di marzo di quell’anno mi recavo spesso sull’altopiano del Gòlgo (Supramonte di Baunei). Ormai da qualche settimana (seppur saltuariamente per impegni di lavoro), battevo infatti "a tappeto" questo vasto altopiano, che offriva e tutt’oggi ancora offre un notevole interesse naturalistico, speleologico, etnografico, ma soprattutto archeologico. Sapevo per precedenti letture e ritrovamenti, nonché da mie dirette ricognizioni, che la vallata del Gòlgo anticamente era stata assai popolata, particolarmente in età nuragica: lo testimonia, del resto, il numero dei nuraghi che la circondano, assieme alle labili rovine dei vari villaggi, sparsi nella valle, soprattutto nella sua zona mediana, ove sorge la piccola chiesa campestre di S.Pietro. A tale proposito, tempo prima, avevo letto una documentatissima ed interessante monografia del prof. Giovanni Lilliu: "Dal betilo aniconico alla statuaria nuragica" (Ed.Gallizzi–Sassari 1977), la quale confermava che nell’altopiano del Golgo, abitato da popolazioni nuragiche, era avvenuta un’occupazione romana. Non distante dal summenzionato piccolo santuario rurale di San Pietro, più precisamente nei pressi di un villaggio nuragico, avevo infatti rinvenuto nei primi di marzo del 1984, durante una ricognizione di superficie, una femmina di mola granaria romana ed un interessante avanzo fittile, consistente in un grosso frammento di orlo di "dolium" (grande contenitore romano in terracotta, destinato alla conservazione di derrate, soprattutto cereali), che presentava impresso un doppio marchio in cartiglio del costruttore.
Tale reperto, da me consegnato alla prof.ssa Giovanna Sotgiu, già direttrice e docente presso la facoltà di Lettere Antiche dell’Università di Cagliari, si rivelò essere nel suo genere una preziosa rarità. La Sotgiu, nota epigrafista, di simili frammenti con vari marchi ne custodiva infatti una numerosa serie, ciascuna delle quali era composta da almeno due esemplari analoghi, ma nessuno, a suo dire, era simile a quello da me trovato, da considerarsi, pertanto, un "unicum": il confronto coi numerosi pezzi, esposti in una bacheca del museo, che lei cortesemente m’illustrò, lo confermarono. Ma torniamo alla scoperta della fortezza nuragica. Avevo l’abitudine d’inerpicarmi nei siti più dominanti per studiare i percorsi per il mio costituendo libro. Quel giorno ero solo, giacché l’amico che doveva accompagnarmi in quell’escursione era stato bloccato in città da imprevisti. Mi trovavo, dunque, su uno dei punti più alti della regione, esattamente sulla sommità di Punta Giorgia (mt.742 s.l.m.). Da lassù ero in grado di poter osservare tutto l’altopiano del Gòlgo, soprattutto la sua chiusa vallata. Ero in vista, inoltre, degli altri salienti che la contornano. "Sbinocolavo" qua e là e prendevo appunti, rilevando sulla carta topografica una zona, che apparentemente sembrava stranamente sguarnita di nuraghi. Ad un tratto la mia attenzione fu attratta da un lontano rilievo roccioso, distante in linea d’aria circa un chilometro e mezzo, che s’eleva nel bordo occidentale della valle. Si tratta più precisamente d'un esteso crinale, alto mediamente 530 metri, inserito nelle carte topografiche con la denominazione di "Doladòrgiu". Continuavo ad esaminare con attenzione un gruppo di rocciaie e di speroni calcarei, posti su quella lontana sommità, che si presentavano particolarmente "frantumati", ma che ad una mia più attenta osservazione sembravano delle strutture murarie. Decisi di togliermi ogni residuo dubbio. Discesi con le ali ai piedi da Punta Giorgia sino alla carrareccia, nota come Sa Bia Maòre, che attraversa la vallata in tutta la sua lunghezza, nel cui margine avevo lasciato l'auto. Percorsi verso nord ed a velocità sostenuta la sterrata. Prima di giungere alla chiesetta campestre di S.Pietro presi a sinistra una diversione piuttosto sconnessa, che mi condusse fra giganteschi macchioni di lentisco in località Gènna S’Armèntu, cioè in prossimità del nuraghe ‘Alvu. Lasciai l’auto prospiciente lo scoscendimento dell’asciutto impluvio di un canalone, che contiene un torrente quasi sempre in secca, denominato Bacu Dolcòlce, oltre il quale iniziano le accentuate pendici calcaree del saliente ove si trovano i resti dell’antica fortificazione, i cui avanzi murarari, tuttavia, non si possono notare dal basso. Superai trasversalmente l’alveo del canalone ed iniziai dall’altra parte ad inerpicarmi sui costoni di Doladòrgiu secondo una linea di massima pendenza per poter arrivare sulla sommità prima possibile. La salita era da "mozzafiato", ma dopo un piccolo dosso roccioso finalmente m’apparvero come un miraggio i ruderi della fortificazione: il mio intuito e le mie fatiche erano state premiate! Le fasi successive (dopo le mie conseguenti riprese fotografiche ed i miei rilievi), quali la segnalazione al sindaco, competente per territorio ed alla Soprintendenza per le Antichità per la provincia di Sassari e di Nuoro, fanno parte di un’altra storia, meno entusiasmante e gratificante, che forse un giorno, come un seguito a questa "premessa", se sarà il caso, vi racconterò.
Estratto dal libro dell’Autore "Sardegna Selvaggia" (1985) Nella subregione dell’alta Ogliastra, su un alto e
dominante crinale roccioso, sorgono le labili rovine d’un interessante e
sconosciuto complesso archeologico che ebbi modo di scoprire nel marzo del
1984 durante una delle mie escursioni: parlo, appunto, degli avanzi di
un’assai antica e diroccata fortezza, che sorge in località Doladòrgiu,
posta nel margine occidentale dell’altopiano del Gòlgo.
Veduta dell’altopiano del Golgo dalla sommità del
nuraghe Co ‘e Serra Di questo inedito monumento avrò
comunque modo, fra breve, di dare una descrizione per quanto possibile
esauriente,trattandosi di un’articolata
struttura nuragica, mai censita né rilevata, da ritenersi fra le più
importanti scoperte archeologiche avvenute in questi ultimi anni in
Sardegna, alla quale (per ragioni non facilmente spiegabili in questa sede),
non si è voluto attribuire quel giusto rilievo, che ben meritava. Reputo
pertanto doveroso con la presente pubblicazione portare tale emergenza
archeologica a conoscenza, in dettaglio, del grosso pubblico, degli studiosi
e degli appassionati. Ma per evitare ad eventuali
visitatori spiacevoli malintesi è altresì doveroso aggiungere che esiste un
nuraghe vicino, noto ai locali come nuraghe ‘Alvu (a Baunei
pronunciasi "Nuragiàlvu"), che bianco non è, essendo stato realizzato
totalmente con macigni di scuro basalto. Questo edificio megalitico, peraltro
ormai censito e noto da tempo, di cui avrò modo in seguito di parlare, è
ubicato in linea d’aria a circa cinquecento metri dalla costruzione da me
scoperta. Nuraghe ‘Alvu
sorge, dunque, sul margine rivolto ad est del summenzionato canalone di
Bàcu Dolcòlce ed è situato ad una quota di molto inferiore (circa 150
metri di dislivello), ma comunque in vista del sito ove sorgono i resti
della sovrastante fortezza nuragica, verso la quale siamo diretti. Ad esser più precisi questo nuraghe
in basalto era stato denominato in antico nuraghe Gènna S’Armèntu,
benché nelle carte sia tuttora indicato erroneamente come nuraghe ‘Alvu. Parcheggio l’auto sul bordo della
sconnessa sterrata che sin qui mi ha condotto; mi trovo ormai in prossimità
del profondo e ghiaioso letto della fiumara di Bàcu Dolcòlce, quasi
sempre asciutta, delimitata da alte pareti rocciose di natura basaltica, là
ove s’arrestò l’immensa distesa di lava del quaternario, che da una
profondissima fessura del suolo dilagò sull’altopiano. Ne discendo la ripida scarpata per
iniziare dall’altra parte dell’alveo la salita di un pendio mozzafiato,
sulla cui sommità trovansi consistenti avanzi di mura nuragiche in calcare:
quelle, appunto del vero nuraghe ‘Alvu. Allorché giungo presso queste
antiche rovine mi rendo conto che si tratta dei resti d’un’ importante ed
antica piazzaforte. Il complesso sorge su una cresta, denominata
Doladòrgiu, alla quota di 530 metri sul livello del mare.
(1) Da qui si domina
l’altopiano del Gòlgo in tutta la sua estensione, in vista dei vari
nuraghi che lo contornano: il complesso risultava quindi integrato in un
sistema difensivo a largo raggio. Si può inoltre controllare verso sud
anche tutto il vasto tratto terminale del summenzionato vallone di Bàcu
Dolcòlce e, verso nord, uno scaglioso canalone carsico, che dai
sovrastanti rilievi montuosi discende all’altopiano. La scelta dell’ubicazione era stata,
dunque, accuratamente studiata, giacché assumeva un particolare, anzi, un
vitale valore strategico: alla funzione di difesa contro improvvise
incursioni ed a quella di sorveglianza e di avvistamento, univa infatti la
possibilità di trasmissione, in un brevissimo lasso
di tempo, di segnali acustici e visivi ai nuraghi ed ai loro villaggi,
disseminati in tutta la vallata, che in quei tempi remoti doveva essere
stata intensamente popolata, considerata la feracità dei suoi pascoli e la
ricchezza delle sue foreste. L’articolazione della fortezza,
totalmente costituita in pietre calcaree, raccolte nel sito, è stata
abilmente adattata alla conformazione topografica del terreno e si
sviluppava su un’elevazione che, soprattutto sul versante est e,
parzialmente, anche su quello rivolto a meridione, risulta ancora oggi
racchiusa da rocce precipiti, pressoché inespugnabili. Ove le condizioni naturali del luogo
lo permettevano le fondazioni delle muraglie venivano direttamente poggiate
su esistenti speroni rocciosi. L’orditura difensiva si prolungava
sul versante orientale con dei tratti terrazzati e fortificati: ciò si
evince dai pochi resti murari, emergenti dal suolo sassoso e roccioso di
natura calcarea. La planimetria generale del
fortilizio, la cui ricostruzione è stata ricavata da miei personali rilievi,
eseguiti "in situ",
Schema dei collegamenti visivi della fortezza coi vari nuraghi, sparsi sull’altopiano del Gòlgo Sempre su un’eminenza rocciosa, quasi ad un equivalente distanza da questi due corpi allungati (i cui assi maggiori sono orientati verso nord), esisteva un’altra costruzione, a pianta circolare, del diametro esterno di 11 metri circa, della quale ancora s’individuano le fondazioni, il cui spessore è pari a mt.1,50 circa, che con l’aggiunta d’un eguale rifascio raggiungeva lo spessore complessivo di ben tre metri. Tali fondazioni si presume appartenessero ad un’originaria costruzione megalitica, verosimilmente un nuraghe già esistente nel luogo, che attualmente si presenta pressoché raso al suolo. Quest’ultima struttura assumeva,in origine, un’essenziale importanza per l’esteso fortilizio; si ritiene, infatti, che fosse la torre principale, la più alta, e costituisse inoltre il fulcro del sistema difensivo: nell’ipotesi che cedesse l’una o l’altra ala della fortezza, detta torre a pianta circolare, con cella presumibilmente voltata a "tholos", era infatti in grado di precludere l’accesso alla zona non espugnata, consentendo di riorganizzare e continuare la difesa sino all’arrivo dei rinforzi; ovvero, quando tutto ormai era perduto, poteva rappresentare l’estrema ridotta, il fortino ove resistere e combattere sino alla fine. Tra i corpi di fabbrica esterni, ubicati cioè all’estremità del fortilizio e raccordati da cinte murarie perimetrali, era racchiusa una superficie di terreno dell’estensione di circa 650 metri quadrati; mentre il vasto spazio, ubicato ad est della fortezza (pari a 500 metri quadrati) era in parte protetto da precipizi rocciosi e parzialmente anche questo da cinte murarie. Si ritiene che detti recinti fortificati fossero destinati, nei momenti di pericolo, ad accogliere oltre le milizie indigene, anche le persone ed il bestiame delle immediate zone limitrofe; ciò consentiva di resistere a lungo ad attacchi organizzati esterni, sinché non giungevano rinforzi, preservando inoltre dalle razzie del nemico i beni della comunità, rappresentati soprattutto dalle greggi. La piazzaforte di Doladòrgiu era dunque l’espressione costruttiva di un’urgente e nuova esigenza di difesa per le popolazioni autoctone di questa regione.
Ricostruzione planimetrica della fortezza sulla base dei resti archeologici presenti nel sito Tutto ciò fa presumere, considerando anche la relativa tecnica edificatoria, che dovevano essere avvenuti fatti nuovi ed improvvisi a turbare la tranquilla e lenta esistenza dei villaggi nell’isolata valle del Gòlgo: non bastavano più i nuraghi, contornanti l'altopiano, a proteggerne gli insediamenti. Occorreva dunque approntare un supplemento di controllo e di difesa, una sorta di "castrum", da realizzarsi urgentemente in un punto chiave, da fortificarsi non certo con tecnica megalitica, che avrebbe richiesto lunghi tempi d’attuazione. Di ciò, d’altro canto, fanno fede le muraglie rimaste erette, costruite a secco con pietrame calcareo di pezzatura media e medio-piccola, spesso scagliosa, reperita nel luogo. Tutta l’articolazione del complesso ricorda in modo sorprendente i "castellari" liguri, cioè antichi fortilizi d’identica tecnica costruttiva e di pari concezione strategica, anche questi imposti da contingenti scopi di vedetta, di rifugio e di sopravvivenza. Da dove poteva sopraggiungere, dunque, il pericolo per gli abitanti dell’altopiano? L’ubicazione della fortezza, che come anzidetto sorge sulla sommità del crinale di "Doladòrgiu", può aiutarci a comprendere che al nemico era più facile infiltrarsi dal lato sud-ovest della vallata, cioè dal varco naturale di "Bacu Dolcòlce", aperto come un passaggio obbligato, che conduce dall’attuale Orientale Sarda (Strada Statale N.125) direttamente all’altopiano del Golgo. Premetto che nell’ Itinerario Antoniniano(2) un tratto della litoranea orientale "Karalibus Olbiae" (da Cagliari ad Olbia) scendeva, come percorso inverso, dal valico di Gènna Sìlana, attraverso selvagge ed immani dorsali montuose, verso l’attuale abitato di Baunei, per riavvicinarsi alla costa nei pressi di S. Maria Navarrese e proseguire infine verso la mansio di Sulcis-Tirrena (Tortolì).
Ricostruzione ideale del complesso archeologico di Doladòrgiu L’attuale strada statale, per la porzione che c’interessa, quasi ne ricalca il vecchio tracciato, dal quale giunsero, verosimilmente, gli invasori. Ma chi potevano essere costoro, punici o romani? Si ritiene fossero romani, giacché ad oggi non esistono indicazioni o ritrovamenti d’una presenza punica in queste regioni. D’altro canto lo studio topografico dell’Itinerario Antoniniano, sempre per il tratto che ci riguarda, avvalora l’ipotesi che una permanente occupazione romana dell’altopiano, avvenuta verosimilmente in età imperiale, era stata favorita o forse anche resa necessaria dalla non lontana presenza dell’antica arteria summenzionata, concepita e costruita, comunque, dai Romani. Motivi di sicurezza viaria, ma soprattutto un forte spirito egemonico, tipico del conquistatore latino, potevano averlo spinto all’eliminazione di eventuali sacche di resistenza armata e, nel contempo, alla distruzione di residui lembi di civiltà autoctone a forte caratterizzazione etnica, quali appunto le popolazioni della vallata del Gòlgo potevano rappresentare. Per i Romani si trattava, quindi, di togliersi una fastidiosa spina dal fianco. Ed essi, è da supporre, lo fecero senza esitazione, secondo il loro stile. Non si sa precisamente quando, ma resta il fatto che giunsero sicuramente in questa racchiusa isola topografica, probabilmente, come già accennato, in età imperiale, e la conquistarono: proprio nel bordo occidentale dell’altopiano sono stati rinvenuti, fra le labili e sconvolte rovine di un villaggio nuragico, cocciami vari e puntali di anfore, sicuramente di fattura romana. Anche chi scrive ha rinvenuto in superficie una femmina di mola granaria ed un orlo di "dolium" romani. E’ auspicabile che queste mie personali ricerche vengano riprese ed approfondite dagli "addetti ai lavori", considerato che la zona di cui si tratta è assai interessante e poco conosciuta sotto l’aspetto archeologico, sia per il suo isolamento che per l’assoluta mancanza, ad oggi, di scavi finalizzati e sistematici da parte degli organi competenti, che potrebbero meglio illuminare il misterioso passato, che ancora aleggia nell’altopiano. Da queste ricognizioni ed esperienze ho alfine recepito impressioni ed immagini che nell’intimo m’aiutano ad evocare l’ambiente ed i remoti avvenimenti, succeduti in questa regione, ormai pressoché deserta: villaggi fiorenti di vita; ricchi armenti e greggi, vaganti per la fertile vallata, contornata e protetta da numerosi nuraghi, quasi a scoraggiare qualunque intenzione rapace d’invidiosi e malevoli vicini. Ma giunse il giorno più lungo: quello del potente invasore, e tutto finì nel sangue e nella rovina. Poi scese l’oblio. La natura, pietosa, ammantò e nascose progressivamente con la vegetazione, distesa come un verde ed immenso sudario, i resti di quell’immane tragedia. Questo fu il Gòlgo: una parola, il cui suono e significato, a chi vuole intendere, può far ancora oggi rabbrividire.
NOTA (1) L’Autore è giunto sul luogo della scoperta a seguito d’una serie di intuizioni e di deduzioni, previa osservazione sulla distribuzione dei nuraghi nella regione. Al momento del fortunato ritrovamento era solo; in tale occasione scattò diverse fotografie sui resti del complesso nuragico e ne disegnò l’eidotipo. In seguito egli informò della scoperta Pasquale Zucca, allora sindaco di Baunei, interessato per territorio, che accompagnò nel sito per verificare alcune misurazioni e far conoscere allo stesso Zucca, che ne ignorava l’esistenza, l’importante piazzaforte; in tale circostanza, giunti nella zona archeologica, egli esclamò con meraviglia: “…a pensare che per effettuare delle battute di caccia grossa passammo varie volte vicino a questo luogo, senza mai accorgerci di nulla!?!…”
NOTA (2) Gli "Itineraria" costituivano durante l'impero romano una completa documentazione della rete viaria che da Roma s'irradiava sino alle più lontane colonie. Elencavano le città ed i centri abitati, situati sulle varie vie di comunicazione e contenevano, inoltre, indicazioni sulle distanze in miglia tra un centro e l'altro. Il più noto fra questi itinerari era l' "Itinerarium Antonini Augusti" (Itinerario Antoniniano), dedicato all'imperatore Caracalla (211-217 d.C.), il quale si faceva chiamare Antonino Augusto.
AVVERTENZA Qualunque versione, orale o scritta, che si discosti da quella data a suo tempo dall’autore, è da ritenersi non veritiera.
In Sottofondo : "La ballata di un uomo vero" Autore ed esecutore Elio Aste © 2004
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