Poesie

ADDIO GIOGAIE E SALTI LONTANI

AMARE GLI ALTRI

CUORE DI SUPRAMONTE

GINEPRO FERITO

OMBRA SPERDUTA

TRANSUMANZA

VENTO DI GORROPU

CACCIATORE NELLA SERA

VORAGINE DEL GOLGO

DIETRO UN ECO O UN RICHIAMO

 

Copyright © by Elio Aste 2011.

Tutti i diritti riservati.

 

 

 

 

 

ADDIO GIOGAIE E SALTI LONTANI

(CANTO D’UN EMIGRANTE)


 Da questa nave che già solca il mare

ti vedo scomparir, Sardegna mia.

E’ sera. Palpitan tenui nell’incerta foschia

lungo la costa le natie lampare.

 

Quanta tristezza e quanta pena ha il cuore!

La miseria mi spinse: son emigrante…

Impresso ho nel pensier l’ingrato istante

Dell’addio ai miei cari, i lor pianto e dolore.

 

Addio anche a voi, giogaie e salti lontani,

nel cui eremo bruciai la mia infanzia spensierata,

sinché, sempre servo pastor, capii la disperata

mia solitudine, vissuta per le altrui pecore e cani.

 

Perciò io parto, dura e sterpigna terra!

Forse un dì tornerò, assetato, alle tue fonti,

a ritrovar, errante ancor pei monti,

l’ermo mio ovil, sperduto nella silente “serra”(1)

 

(1). Vasta campagna, incolta ed aperta, ricoperta da macchia mediterranea e da sparsa vegetazione d’alto fusto, ove pasturano greggi ed armenti.

 

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AMARE GLI ALTRI

 

E’ un pesante macigno

amare gli altri,

quando con pena t’accorgi

che non fra uomini sei,

ma fra aridi sassi.

 

Son troppi ormai

coloro che han perso

lo spirito divino:

cuori induriti dall’alterigia,

cuori pietrificati dall’egoismo.

 

Eppure il buon Dio,

come a tutti gli umani,

alitò nel lor petto

un’anima pura ed eterna,

che hanno infine gettata

entro il pozzo dell’indifferenza

o immolata sull’altare della malizia.

 

E’ un pesante macigno

amare gli altri

quando con pena t’accorgi

che il tuo sorriso,

aperto a raddolcire un cuore,

è stato irriso e frainteso

e che la mano che hai teso

è stata offesa

dal morso dell’ingratitudine

o dalla sferza dell’incomprensione.

 

Ma allorché pensi,

con pietà e tristezza,

che questi infelici

dall’anima morta

son comunque fratelli,

ti torna improvviso il vigore.


 

Sollevi così quel macigno

per ritrovarvi sotto,

sempre intatta,

la volontà

che ti conduce,

nonostante tutto,

ad amare gli altri ancora.

 

 

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CUORE DI SUPRAMONTE

(AI PASTORI DEL GRANDE ALTOPIANO)


 

E’ l’ora, giovin pastor del Supramonte

di radunar dagli impervi dirupi nella sera

il gregge tuo alla consueta fonte:

l’oscuro ciel già minaccia bufera!

 

Fremono al vento le fitte selve e gli elci

paion giganti percossi. Bubbola un tuono lontano.

Ovunque è un inquieto stormir; le felci

son prostate da un sottile respiro d’uragano.

 

Anche il cuor tuo, o pastor, bubbola e freme.

Avvolge il tuo mantello il corpo e i tuoi pensieri

che ti riportan alla lontana amata, così che l’animo geme

all’anelata vision dei suoi miti occhi neri…

 

O tenero asfodel, volar io potessi! – grida il suo cuore –

non son io veloce sparviero, ma che almen il pensier mio

giunga al tuo seno come un ardente messaggio d’amore…

Che tu possa sentire sulle labbra, come carezza, tutto il mio desio!”.

 

L’errante gregge, ormai raccolto, rifà compatto l’abituale cammino

verso il recinto romito. Dentro un mantello è il fuoco,

fuori è il gelo. La bufera ormai infuria, ma l’ovile è vicino.

Scende intanto il buio sui monti, a poco a poco…

 

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GINEPRO FERITO


 

Ginepro solitario, ginepro antico,

ti ferì la folgore là,

sull’arcana vetta del Corrasi(1)

in una notte di selvaggia bufera.


 

Se non t’inaridì la roccia avara

e il tempo non riuscì a sfoltirti,

ci riuscì alfin quel turbinar di cielo.


 

Eppur su quella rupe chiara,

vertiginosa, arida ed ostile,

tu resisti, ancor ritto ed ancor vivo,

anche se in parte spoglio ed annerito.


 

Ma allorché giunge il torrido meriggio

la severa montagna natia,

come madre amorevole e pietosa

che vuol lenire le ferite d’un figlio,

alita alfin fra i tuoi strinati rami.


 

Così il suo fresco e vital soffio t’avvolge,

delicato e leggero come una carezza,

flagrante di timo, soffuso di mistero!

 

(1) Massiccio calcareo-dolomitico, situato nel Supramonte di Oliena (NU), che s’erge nella parte centro-orientale della Sardegna.

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OMBRA SPERDUTA

(IN MEMORIA D’UNA SEQUESTRATA)


Che vai cercando, ombra sperduta e stanca

per erte rupi e fra gli oscuri boschi?

Quali segreti fini, quali foschi

ricordi tu vai inseguendo? Cosa alfin ti manca?

 

“Giunse per me – ella rispose – un funesto giorno.

Mi strapparon mani artigliose d’improvviso

verso l’ignoto. Quante lacrime amare sul mio viso

e nel cuor il presagio d’un incerto ritorno!

 

Da allor son anni ormai che vago per meandri

e per selve, giù nel fondo di orride forre,

ove il vento s’incanala e corre

a carezzar i vermigli oleandri…

 

Io sto cercando la perduta pace:

voglio una tomba alle mortal mie spoglie

in terra consacrata, là ove foglie

e petali di rose appaghin l’anima mia, che sol così si tace”.

 


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TRANSUMANZA


 

Di già il ciel sull’orizzonte s’indora.

Discendon greggi belanti con gli irsuti pastori

dagli oscuri monti. Giunta è infatti l’ora

degli addii. Cupi sono i pensier, tristi i cuori,

 

seppur adusi a bufere e a distacchi!

Da Aritzo e da Belvì, da Desulo e Talana

seguon, nel lor fatale andare, fra gelidi bivacchi

l’esile traccia, assai antica e arcana,

 

che per macchie e per coltivi discende ai Campidani,

là verso le verdi piane e quell’argenteo mare,

così diversi dai lor natii, aspri altopiani,

ove madri e trepidanti spose accanto a un focolare

 

attendono, pazienti, una lontana primavera…

Ma giungerà alfin, o pastor, tiepido un giorno

e sboccerà la fiorita del cisto, finché una sera

s’aprirà il cuor tuo cantando all’anelata gioia del ritorno…


 

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VENTO DI GORROPU


 

Come immane fendente di un gigante

tu m’appari, o Gorròpu (1):

forra profonda,

ferita immensa della terra:

mia amata terra segreta!


 

Innanzi a te quasi scompaio,

eppur m’inoltro

fra le tue braccia selvagge,

come un ansioso amante

che rincorra una promessa…


 

Or con timore, or con coraggio

son più che mai solo

ad ascoltare il vento:

voci di selva,

voci di rupi allucinanti e cave

come mostruose bocche spalancate.


 

All’inquieto turbinar dell’aria

anche i picchi rocciosi

ormai cantano…

Ma son canti o lamenti?


 

Son forse versi d’uccelli di rapina,

fors’anche urla d’anime d’uccisi

ad invocar vendetta

entro gli abissi profondi del tuo letto!

 

 

(1). E’ considerata come l’orrido più selvaggio ed imponente d’Europa.

Si tratta d’una gola maestosa che si sviluppa fra i Supramonti di Dorgali, di Urzulei ed Orgosolo, formatasi a seguito del plurimillenario scorrere delle acque del Rio Fluminèddu, che ha eroso tortusamente e profondamente immense bancate di roccia calcarea.

In alcuni tratti si presenta con pareti assai alte, aggettanti e ravvicinate.

Immense falesie calcaree vi strapiombano per oltre 500 metri. Picchi e rocce dalle forme più strane spesso la dominano, conferendole un’atmosfera quasi surreale, satura di suggestione e di mistero.

Il poeta è stato fra i primi ad percorrerne tutto il suo sviluppo: ciò richiede l’attraversamento con un canotto da speleologo di uno straordinario lago ipogeo, illuminato da oblò naturali, nonché di alcuni difficili passaggi con tecnica alpinistica.

 

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CACCIATORE NELLA SERA

 

O cacciator poeta, figlio del vento,

che riguardi i colori alla brughiera

ed ammiri il tramonto nella sera

ed ascolti i sonagli dell’armento,

 

t’inebria, ormai nel vespro, i sensi e il cuore

l’aspro odor del mentastro e del lentischio.

Scoppia improvviso del merlo il garrul fischio

dalla vicina macchia di già in fiore.

 

Sei solo e pensi: "primavera è nell’aria e sulla terra…

Chiuderà diman la stagione delle cacce;

voleranno tranquille, alfin, starne e beccacce

là sui crinali della boscosa "serra" (1)

 

Io vi saluto, o monti di Barbagia,

ove ancor erran le greggi a pascol brado.

E pure te saluto, o rio, ove il tuo guado

io ben conosco. Arrivederci, terra amata e selvaggia!"

 

(1). Vasta campagna, incolta ed aperta, disseminata di alberi d’alto fusto (generalmente lecci o querce), ove pasturono le greggi o gli armenti.

 

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VORAGINE DEL GOLGO

 

In antico ti chiamarono "tomba" (1) , o tetro abisso:

tomba dei padri, ormai cadenti e anziani,

pronti a finir nel tuo profondo, sotto gli arcani

riti del mortal "riso sardonico"(2). Risuona or fisso

 

l’eco d’un canto tribale. Del sole è già sceso il carro

dietro una chiara giogaia di monti.

Ardon le fiaccole. Cala il silenzio: tutti son pronti

allo spietato rito per risparmiare il prezioso farro

 

della comunità. Ecco, il gruppo degli anziani s’avvicina

al bordo dell’abisso. Beve ciascun con tristezza

da una ciotola il succo, che da ebbrezza

e coraggio per superar della vita l’ultima china.

 

Un vegliardo, con una lunga barba bianca

e dai fluenti e candidi capelli,

parla con voce ferma e dice: "o fratelli,

o figli, se nella vita tutto ormai ti stanca

 

conviene andare. Lasciar il posto tuo, quando vien l’ora,

ai giovani ed ai forti per incontrar la morte!

Questo è di noi vecchi il destin, questa è la sorte

che dobbiamo seguir, seppur il nostro cuor dolora!"

 

Alza le scarne braccia a salutar la folla. E ride forte.

Quindi, senza esitar, balza entro il cratere orrido e nero.

Risuona a lungo quel riso nell’oscuro mistero

dell’abisso. Infin l’eco si spegne a suggellar la morte…

 

 

(1). La voragine, caratterizzata da un unico salto di 295 metri, è considerata la più profonda della Sardegna. Si trova sull’altopiano del Gòlgo, nel Supramonte di Baunei (NU).

Alla gente del luogo è nota come S’Isterru , ovvero come Sa Tumba ‘e Gòrgo, giacchè dell’abisso si tramandano paurose leggende di sacrifici umani, che raccontano di crudeli ed ataviche usanze, atte ad alleggerire il peso comunitario della tribù dai vecchi, dagli invalidi e dai malati incurabili, considerati come un insostenibile fardello da quelle microsocietà, costantemente condizionate dal bisogno quotidiano e, talvolta, da esigenze di sopravvivenza, dovute a carestie.

Di questa profondissima voragine l’Autore fa menzione nel suo volume Sardegna Selvaggia (Edizioni S.A.G.E.P. – Genova 1982; Edizioni della Torre – Cagliari !985).

(2). Il riso sardonico era dovuto probabilmente all’effetto tossico del succo d’una pianticella, l’euforbia dendroide, diffusa in Sardegna, la cui azione si ritiene faccia contrarre nell’uomo i muscoli facciali in una sorta di ghigno, simile ad un truce sorriso, seguito da convulsioni e da un riso nervoso. Quindi subentra un forte stordimento e, infine, la morte.

 

 

 

DIETRO UN ECO O UN RICHIAMO

 

Son tante, ormai, le albe ed i tramonti

d’un lungo e impervio mio fatal andare

dietro un eco o un richiamo…

Ho camminato col vento su rocciaie infocate

e negli arcani labirinti della foresta.

Ho udito il sommesso stormir delle foglie,

il gioioso canto degli uccelli

come un saluto al sole,

e quello triste d’un pastor,

errante senza speranza.

Ma tutto questo, o Natura, è la tua voce…

 

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