LA GROTTA CORBEDDU : TESORI SCIENTIFICI E CULTURALI SEPOLTI NELLA TANA DI UN BANDITO

 

La  grotta Corbèddu (1) è una cavità a sviluppo pressoché orizzontale, lunga circa centotrenta metri, ma ad onta della sua modesta estensione si contraddistingue per le sue specificità in campo paleontologico, archeologico ed antropologico.

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 Planimetria e sezione longitudinale della grotta

 

Per raggiungerla ci muoviamo dallo spiazzo, che s’apre antistante il modesto fabbricato, denominato “Rifugio”, vicino alla grotta Sa ‘Oche, nei cui pressi si distende un vasto e nudo crinale calcareo, profondamente segnato dall’azione fisico-chimica, dovuta allo scorrimento delle acque meteoriche superficiali.

 

Un "campo solcato" lungo l'itinerario per la grotta

 

Risaliamo questa china incarsita dirigendoci a vista verso sud-ovest, sinché giungiamo, dopo un quarto d’ora circa, in prossimità delle discendenti e tormentate pendici del costone S’Uscràdu.  Su una paretina calcarea del Giurese si apre, fra la sparsa macchia mediterranea, l’ingresso della grotta. Questo accesso, per coloro che non conoscono il luogo, è tuttavia di difficile ubicazione.

Alcune anguste aperture secondarie, attualmente chiuse con muratura di pietrame e malta cementizia, si aprivano sul medesimo prospetto roccioso sul quale s’affaccia l’accesso principale, rivolto a nord-est, che si presenta come uno sbilenco pertugio, alto circa un metro e mezzo e largo al massimo circa un metro.

L'ingresso della grotta

Si discende attraverso dei massi, posti a mò di gradino, accedendo alla Prima Sala: un vasto ambiente asciutto, che risulta illuminato fiocamente dal vano d’entrata. E’ ormai accertato che questo ampio e comodo ambiente della grotta fu dai primordi frequentato abitualmente dall’uomo (seppur non continuativamente) sino all’epoca del bandito che le diede il nome. A tale proposito durante una mia precedente visita (1972), effettuata assieme ai miei abituali compagni d’escursione, avevo notato su alcuni blocchi calcarei della stessa sala il fondo di alcuni contenitori fittili, composti da un impasto grossolano. Queste parti residuali, ormai saldate alle rocce da patine concrezionali, dovute allo stillicidio, erano presumibilmente attribuibili ad un’articolazione del Neolitico(2).

 Mastodontica colonna lungo il corridoio

 

La pavimentazione della grotta Corbèddu si presenta quasi ovunque formata da uno spesso strato di terra argillosa, mista a minuti detriti calcarei.  L’ambiente della Prima Sala è fossile ma in tempi assai remoti doveva rappresentare lo sbocco a condotta forzata d’un torrente sotterraneo, che periodicamente l’allagava totalmente; infatti la volta e le pareti sono levigate e presentano in alcune zone le tipiche erosioni delle “marmitte inverse”, originate dall’acqua in pressione. Dalla Prima Sala si accede, tramite un corridoio, alla Seconda Sala. Da quest’ambiente si diparte un breve tratto di galleria, caratterizzata da un’imponente formazione colonnare, creatasi nel corso di migliaia d’anni in prossimità di una parete, situata a sinistra di chi s’inoltra.  Dopo un accentuato restringimento si perviene alla Terza Sala, nella quale sono presenti interessanti formazioni stalagmitiche e colonnari. Quest’ambiente ipogeico è contrassegnato da uno slargo in leggera salita, originato da vari scollamenti del soffitto e delle pareti, avvenuti in epoche assai remote.

Simbolo di giustizia su una parete rocciosa, verosimilmente graffito dal bandito Corbèddu.

 

Si prosegue sino ad un altro accentuato restringimento, oltre il quale si apre un angusto vano terminale, ornato da due colonnine, che appare piuttosto umido, poiché risulta interessato da un costante stillicidio.  In questo ristretto ambiente, attraverso un breve piano inclinato, si giunge al modesto orifizio d’un pozzo, obliterato da depositi detritici ed argillosi, che in tempi remoti collegava la cavità al gigantesco sistema idrologico Su Bèntu - Sa ‘Oche - Su Gologòne. Qui si conclude lo sviluppo della grotta. Nell’aprile del 1974 decisi d’organizzare, un’altra perlustrazione, più meticolosa e prolungata rispetto a quella attuata nel 1972. Ebbi così modo di cogliere più adeguatamente diversi indizi, che mi fecero percepire in quegli inquietanti ed affascinanti ambienti ipogeici (allora poco conosciuti) un tangibile e remoto passato umano. Scrissi pertanto per un quotidiano sardo un ampio servizio(3), nel quale illustravo le peculiarità della grotta (almeno quelle al momento visibili), affermando infine profeticamente che entro la cavità in argomento sarebbero potute avvenire sensazionali scoperte.

Questa quasi avventata anticipazione dopo qualche anno incredibilmente si concretizzò! la grotta Corbèddu assunse il nome dal famigerato bandito barbaricino(4)a motivo del fatto che costui, vissuto verso la metà dell’ottocento, l’abitò a lungo, avendola eletta a suo covo prediletto.

Il bandito Giovanni Salis, noto Corbèddu .

( Foto di Anonimo).

 

A tale proposito narra una leggenda che il brigante, assieme ai suoi accoliti, conducesse a forza entro il segreto dei suoi ambulacri quei nemici e delatori sui quali riusciva a mettere le mani.  In una sala ipogeica, al lume delle torce, istituiva quindi un grottesco processo, che per gli infelici si concludeva generalmente con una condanna a morte. Resta il fatto che in occasione di quella mia prolungata visita avevo notato, graffita su una parete calcarea dell’antro, la raffigurazione stilizzata d’una bilancia, racchiusa da una spirale del diametro di circa ottanta centimetri, che tende ad avvalorare la leggenda e che in tale circostanza io ripresi fotograficamente, seppur vi sarebbe da considerare che la scritta “ Corbeddu Giovanni ”, incisa superior-mente alla spirale, è probabilmente apocrifa. Comunque è davvero singolare trovare questo simbolo di giustizia nel covo d’un bandito, una sorta di Robin Hood che, si narra, togliesse ai ricchi per dare ai poveri. Ma la fama della grotta non è tanto dovuta all’eco di queste fosche reminiscenze, ormai lontane nel tempo, quanto alle varie scoperte di notevole significato scientifico e culturale, avvenute in anni più recenti entro i suoi ambienti sotterranei. Certamente Giovanni Salis, noto Corbèddu non avrebbe mai immaginato che entro la “sua” grotta, sotto il suolo che abitualmente calpestava, potesse trovarsi un inestimabile tesoro scientifico e culturale, che avrebbe portato l’esistenza di quel covo alla ribalta internazionale, aprendo inediti ed ampi spiragli alla preistoria della Sardegna.

 

Ricostruzione delle fattezze del Prolagus sardus, un roditore ormai estinto, affine al coniglio.

 

Ma descriviamo per ordine gli avvenimenti, che condussero successivamente alle straordinarie scoperte. Entro la cavità, già nell’ormai lontano 1967, il compianto Bruno Piredda, uno dei fondatori del “Gruppo Grotte Nuorese”, notò un’abbondante presenza di ossa di Prolagus sardus, un roditore della taglia d’un coniglio, estintosi ormai da diverse centinaia d’anni. Assieme ai resti osteologici di cervo elafo (l’esistente cervo sardo), di muflone e di altre specie dell’attuale fauna selvaggia isolana, egli osservò resti fossili di Prolagus sia in brecce ossifere che in consistenti cumuli di avanzo di pasto, risalenti al Neolitico. Questo roditore era affine al coniglio selvatico e alla lepre, seppur più diffuso: per i primi abitatori della Sardegna rappresentava, dunque, un’importante risorsa alimentare.  L’anno successivo (1968), venutane a conoscenza, s’interessò della scoperta la paleontologa statunitense Mary Dawson del Cornegie Museum di Pittsburg (USA),la quale manifestò un grande interesse, prospettando infine una campagna di scavi per un’approfondita indagine scientifica, volta allo studio, al recupero ed alla ricomposizione scheletrica completa di detto lagomorfo.

Cranio e corna del paleocervo sardo Megaceros cazioti, estintosi ormai da migliaia d’anni.

 

In seguito lo stesso Bruno Piredda collaborò validamente, assieme al suo gruppo, alle pertinenti ricerche sul campo. In tale circostanza, a seguito d’un laboriosa e certosina cernita, si giunse per la prima volta alla completa ricomposizione dello scheletro del Prolagus, che circa  ventimilioni d’anni fà era diffuso in tutt’Europa; diciotto milioni d’anni più tardi, tuttavia, la sua area di sopravvivenza si era ormai ristretta alle sole isole di Sardegna e di Corsica. La stessa ricercatrice Mary Dawson, assieme ai colleghi olandesi Hans de Bruyn e Daniel Opplinger ricostruirono, sulla base dello scheletro, ormai completamente ricomposto, le fattezze di questo roditore, la cui totale estinzione sarebbe relativamente “recente”, giacché il grande paleontologo Forsyth Major (1898) riteneva che fosse sopravvissuto sino ai tempi storici.

Passaggio alla terza sala

Ma altre successive ricerche dovevano condurre, entro questa cavità, a scoperte strepitose, che avrebbero rivoluzionato la preistoria sarda. Accertato ormai che la grotta Corbèddu poteva essere una miniera d’informazioni di carattere paleontologico, furono intrapresi nel 1982 scavi sistematici nei vari ambienti ipogeici, indirizzati essenzialmente ad indagini, attinenti a questa materia. I lavori furono finanziati e condotti dall’Instituut voor Aardwetenschappen e Rijksuniversiteit di Utrecht con la collaborazione della Soprintendenza ai Beni Archeologici di Sassari e di Nuoro, rappresentate dall’archeologo nuorese Mario Sanges.

 

Formazioni stalattostalagmitiche.

 

Le indagini conoscitive furono coordinate dal prof. P.Y. Sondaar per le diverse discipline (paleontologia, paleobotanica, antropologia,paletnologia, sedimentologia, paleoeconomia, archeologia). S’iniziò a scavare nella Seconda Sala. Le ricerche erano in un primo momento orientate ad approfondire particolarmente aspetti sulla fauna selvaggia della Sardegna durante il Pleistocene(5) e sull’ambiente nel quale viveva. Fra i vari reperti scheletrici rinvenuti si osservò, tuttavia, che quelli riguardanti il paleocervo sardo Megaceros cazioti (estintosi in epoche remote) non presentavano caratteri di nanismo, così come avviene nelle popolazioni di cervidi che vivono nelle isole. Anche la presenza dei resti scheletrici del canide sardo di taglia minuta, il Cynoterium sardous (aveva la dimensione di una piccola volpe), non spiegava l’avvenuta evoluzione verso una grossa mole del paleocervo sardo (Megaceros cazioti); inoltre l’esistenza del canide non si atteneva alla regola scientifica, che impone l’assenza di grossi carnivori nell’ambito delle faune insulari. Successivamente, a breve distanza di tempo, si rivelò, clamorosa ed emozionante (soprattutto per le sue conseguenti implicazioni scientifiche) la scoperta, avvenuta nello strato più profondo della trincea della Seconda Sala, ove furono messe in luce varie ossa di Megaceros cazioti, soprattutto mandibole, le quali presentavano singolari scalfitture, incisioni e lisciature, che assieme ad una particolare loro giacitura facevano congetturare un contestuale ed assai antico intervento umano sui resti recuperati.

In quei tempi remoti la mancata involuzione (come più innanzi accennato) di questo grosso mammifero verso forme di nanismo, tipica negli ambienti naturali insulari, poteva essere attribuita, quindi, alla presenza dell’uomo, predatore per eccellenza.

 

Avanzi d’un antico muro di sbarramento.

Ciò convinse i ricercatori ad allargare ed approfondire, entro la grotta, i loro sondaggi ed a proseguire i lavori, estendendoli anche ad una ricerca antropologica ed archeologica. Conseguentemente gli scavi sistematici, portati avanti negli anni 1983 e 1986, furono particolarmente indirizzati alla raccolta di maggiori informazioni sull’eventuale presenza dell'uomo preistorico entro questa cavità.

Frammento d’arcata mascellare umana, rinvenuto negli strati profondi della grotta, attribuito ad un uomo vissuto durante il Paleolitico Superiore (13.590 anni fà, più o meno 140 anni dal presente). Illustrazione tratta da “PEOPLE AND CULTURE IN CHANGE” di Autori Vari – Edizioni B.A.R. – Centremead, Osney Mead – Oxford (England).

Sempre nella Seconda Sala fu quindi ampliata la trincea. Lo “strato1”, il più superficiale mise in evidenza una frequentazione umana, avvenuta nel Neolitico antico e medio, documentata da strumentari in ossidiana, generalmente accompagnati a resti scheletrici di animali domestici (capra, bue, maiale), ma anche di Prolagus, credibilmente avanzi di pasto.

Il sottostante “strato 2”, eseguito sino a 3 metri al di sotto del piano di calpestio, restituì resti di fauna pleistocenica (Prolagus sardus, Cynotherium sardous, Megaceros cazioti). Nello stesso strato infine fu messa in luce la scoperta più sensazionale, che confermava le speranze dei ricercatori: un osso temporale ed uno mascellare umani, entrambi giacenti nel medesimo livello ed appartenenti ad uno stesso individuo, che attestavano la presenza dell’uomo nel sito durante il Paleolitico superiore. La datazione radiometrica(6) ne attribuiva un’età di 13.590 anni, più o meno 140 anni dal presente. Ma la specificità di questi frammenti osteologici è soprattutto dovuta al fatto che ad oggi rappresentano i più antichi resti umani, rinvenuti in un contesto insulare, non solo per la Sardegna ma per tutte le altre isole del Mediterraneo.

Un’altra loro non comune particolarità è che queste ossa propongono caratteristiche morfologiche che non rientrano nella variabilità dell’Homo sapiens, ancor meno in quella dell’Homo sapiens sapiens europeo, palesando chiari segni d’un marcato endemismo, dovuto verosimilmente ad un assai prolungato isolamento geografico di una popolazione umana, comparsa nell’isola in associazione alla fauna endemica preneolitica. Tali morfologie antropologiche escludono, nondimeno, che i frammenti ossei possano essere attribuiti ad un uomo di Neanderthal o ad un occasionale “visitatore”, sbarcato dal continente.  Da detto strato emersero, in associazione a pochi manufatti del Paleolitico Superiore, resti fossili appartenenti ad un numero ridotto di specie endemiche di fauna selvaggia, che mostrava anch’essa caratteristiche in linea con un’assai prolungata situazione d’insularità. Questi animali selvatici, soprattutto il cervide Megaceros cazioti, rappresentavano per l’uomo-cacciatore di allora (che come anzidetto assumeva le funzioni di predatore) il suo maggior sostentamento alimentare.  Di particolare rilievo è inoltre il ritrovamento, avvenuto successivamente nel fondo della sezione di scavo della Prima Sala, di una porzione prossimale di un’ulna umana, assegnata ad un individuo diverso da quello a cui appartenevano le parti di cranio, rinvenute invece nell’attiguo ambiente ipogeico della Seconda Sala, di cui abbiamo accennato più sopra. Anche questa interessante frammento osseo presenta una morfologia differente da quella dell’Homo sapiens, essendo caratterizzato da un accentuato endemismo.  Sempre nella Seconda Sala fu rinvenuto più recentemente un altro frammento osteologico umano, consistente nella porzione prossimale della prima falange di una mano, datato circa 20.000 anni dal presente.

Strumentari litici del Paleolitico Superiore sardo, datati fra 14.500 e 12.000 anni dal presente.

Un ulteriore, significativo ritrovamento sulla presenza dell’uomo durante il Paleolitico Superiore ha consentito di retrodatarla a partire da 25.700 anni, più o meno 400 anni dal presente: in una trincea di saggio, aperta nella Prima Sala, situata presso l’ingresso, furono infatti rinvenuti frustoli di carbone assieme ad ossa di animali selvatici, strinate da fuochi (credibilmente di cottura o di bivacco), cui le misurazioni col radiocarbonio assegnavano quella remota età. Nello stesso ambiente una protratta attività umana, svoltasi sempre durante il Paleolitico Superiore, è attestata da scavi che hanno portato alla luce rozzi strumentari, alcuni in osso, ma per la maggior parte in selce, quarzo, calcare marnoso e ghoetite (raschiatoi, lame, bulini, ecc.) la cui datazione radiometrica li colloca entro un arco temporale compreso fra 14.600 e 12.500 anni dal presente. La loro specifica tipologia e lavorazione li distingue da coeve industrie continentali, (avvicinandole invece a quelle dell’isola di Corsica).

Ricognizione in un diverticolo.

 

Per inciso tali manufatti sardi sono contemporanei a quelli dell’Epigravettiano(7) dell’Italia peninsulare, sia nella sua fase più matura che in quella finale (Balzi Rossi, Arene Candide, grotta Parmorari, grotta dell’Aquila, ecc.). La “facies” sarda, che si sviluppò in pieno Würm IV(8), si contraddistinse, quindi, per un marcato attardamento tecnico-culturale, che si protrasse sino alle soglie del Neolitico, anche questo presente nella grotta in tutte le sue articolazioni, compresa l’età “ media(Cultura di Bonu Ighìnu), dischiusasi, maturata e conclusasi tra il 4.000 ed il 3.500 avanti Cristo), emersa anche questa dalle trincee di scavo, aperte nella grotta. Detta cultura risulta contraddistinta da tipologie fittili inconfondibili: recipienti costituiti da vasi globulari a collo più o meno accentuato, nonché da ciotole carenate ed aperte, decorate con impressioni a crudo, costituite da file di punti incisi "a pettine", da triangoli in alternanza ed erti, riempiti di fitte puntinature; ovvero ornati sugli orli o nel fondo con profonde tacche. Questo materiale è stato recuperato assieme ad avanzi di pasto, consistenti in gusci di molluschi marini e terrestri ed in resti scheletrici (talvolta strinati) di animali selvatici e domestici (prolago, cervo elafo, muflone, cinghiale, capra, maiale, bue, pecora). L'industria litica è quasi tutta in ossidiana (proveniente dal Monte Arci, presso Oristano) ed è costituita soprattutto da microliti geometrici a trapezio o a mezzaluna, nonché da punte di freccia con tagliente trasversale. Abbondanti gli strumentari in osso, (lesene, spille, punteruoli, aghi, alamari, ecc.). Particolarmente gli alamari risultano talvolta finemente lavorati con delle sottili ed artistiche incisioni. Anche gli oggetti d'ornamento sono ben rappresentati con elementi di collana e di bracciale, costituiti particolarmente da valve di Pecctunculus, Spondylus e Dentalium, forate all’umbone.

 

Imponente colonna nella Terza Sala

 

Dai dati di scavo è' emerso, dunque, che il rapporto col mare (costa orientale nel Golfo di Orosei) delle popolazioni appartenenti alla cultura di Bonu Ighìnu della valle di Lanaìttu fu caratterizzato da un'intensa frequentazione: negli strati relativi a questo contesto naturale furono rinvenute, infatti, conchiglie di varie specie, valve di patelle e di cozze, corazze di aragoste e di granchi, mandibole di pesci.

La grotta Corbèddu, covo di un temibile e famoso bandito, ha dunque offerto alla scienza alla cultura inediti ed assai interessanti elementi per una più ampia e chiara visione del remoto passato della Sardegna (9). Non è tuttavia da escludere che in altri strati profondi dei suoi sotterranei ambulacri siano ancora custodite altre sensazionali sorprese.

 

 


 

 

 

 

NOTA(1). Attualmente l’ingresso della grotta è chiuso da un cancelletto in ferro. E’ consentito accedervi, previa autorizzazione del Comune di Oliena, solo per scopi di studio ed accompagnati da persona incaricata dallo stesso Comune, che ne custodisce le chiavi e ne gestisce il sito assieme alla competente Soprintendenza.

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NOTA(2). Periodo del remoto passato umano, che in Sardegna si protrasse per 3.800 anni (dal 6.500 al 2.700 a.C.). Si suole suddividere in tre articolazioni (antico – medio – recente).  E’ caratterizzato da una lavorazione accurata dei materiali litici, particolarmente in ossidiana, per ricavare attrezzi ed armi con nuove tecniche di lavorazione. Neolitico significa infatti “nuova (lavorazione della) pietra”. Si tratta d’un periodo preistorico contraddistinto dall’introduzione dell’allevamento del bestiame, da una primitiva agricoltura e dalla lavorazione della ceramica, che permisero la costituzione di aggregati umani stabili, affrancando così l’uomo dall’incerta ed errabonda esistenza di cacciatore-raccoglitore, imposta dalle precedenti culture.

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NOTA(3). In una grotta Corbeddu processava le sue vittime”: quotidiano “ La Nuova Sardegna” del 15 aprile 1974, pag.3.

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NOTA(4). Giovanni Salis Corbèddu nacque ad Oliena (NU) nel 1844 da genitori assai poveri e d’estrazione pastorale. Si narra delle sue doti d’intelligenza e di mascolina bellezza, che unite ad un indubbio fascino, colpivano inevitabilmente il cuore di tutte quelle fanciulle che ebbero  la ventura di conoscerlo.

Nel 1878 fu accusato ingiustamente di un furto. Per sfuggire alla legge a 34 anni si diede alla macchia, iniziando la sua carriera di bandito. Narrano del suo raro senso dell’onore e dell’amicizia, che lo rendevano ben accetto al popolo ed inviso ai potenti.

Nella primavera del 1894, ormai cinquantenne, si trovava con alcuni accoliti nelle campagne poste fra i comuni di Orgosolo e di Oliena (NU). In tale circostanza s’accorse d’essere circondato dai Carabinieri, coi quali ingaggiò un violento conflitto a fuoco.

Mortalmente colpito Giovanni Corbèddu cadde assieme ad un compagno d’avventura (un certo Congiu) con l’arma fumante ancora in pugno.

Si dice che fu un agguato preordinato, una vera e propria caccia all’uomo, organizzata a seguito d’una precisa delazione, al fine d’ottenerne la consistente taglia che gravava sul suo capo.

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NOTA(5). Il Pleistocene è un’era geologica che ebbe inizio 1,8 milioni d’anni fà e si concluse 11.000 mila anni fà. Fu caratterizzato da una serie di grandi glaciazioni e dalla comparsa dell’uomo.

Al Pleistocene inferiore corrisponde la comparsa dell’Homo erectus; al Pleistocene medio quella dell’Homo neanderthalensis; al Pleistocene superiore quella dell’Homo sapiens.

La flora era sostanzialmente simile a quella attuale; altrettanto la fauna, seppure alcune specie di animali finirono con l’estinguersi (il Mammut, la tigre coi denti a sciabola, varie specie di cervi giganti, ecc).

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NOTA(6). Le datazioni col radiocarbonio (C14) sono state eseguite nel laboratorio dell’Università di Groninga (Olanda).

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NOTA(7). Cultura preistorica (Paleolitico Superiore) da collocarsi cronologicamente nella Quinta Glaciazione (Interstadio Würm III – IV).

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NOTA(8). Ultima fase della glaciazione del Pleistocene, conclusasi diecimila anni or sono (cronologia assoluta).

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NOTA(9). Per coloro che vogliono comprendere compiutamente il significato e l’importanza del quadro cronologico, paleontologico ed archeologico, emerso dagli strati profondi della grotta Corbèddu, suggeriamo una visita al Museo Comunale di Oliena (NU), presso Municipio, Piazza Mercato ed al Museo Archeologico di Nuoro, via G.Mannu, n.1 e n.3.   

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